venerdì 10 gennaio 2014

"Lusoclássicos": "Un estraneo a Goa" di José Eduardo Agualusa

Seconda tappa del giro intorno al mondo dei classici della letteratura in lingua portoghese. Questa volta Andrea Sironi ha letto per noi Un estraneo a Goa di José Eduardo Agualusa, facendoci viaggiare idealmente verso luoghi lontani ed esotici che ancora oggi mostrano i segni della passata dominazione.


Un Estraneo A Goa, di José Eduardo Agualusa

Chi è stato a Goa non ha bisogno di andare a Lisbona...


Autentico cosmopolita lusofono, lo scrittore e giornalista angolano José Eduardo Agualusa vive tra Luanda, Lisbona e Rio de Janeiro. Frutto di questa natura itinerante è Un Estraneo A Goa, gioco di specchi imperiale delineato nello spazio contingente ai due centri dell'antico Império Ultramarino, vale a dire la capitale Lisbona e Goa, antica sede dell'amministrazione coloniale dei territori ad Est del Capo di Buona Speranza, nonché “Gemma del Trono di Lusitania” cantata da Camões.

L'io narrante, identificabile con l'autore stesso, si muove sulle tracce di un personaggio altisonante e controverso, il guerrigliero angolano Plácido Domingo, generale dalla difficile connotazione politico-ideologica. Poco si sa di lui e difficili sono le conclusioni che si possono trarre sul suo operato. Attraverso la sua figura, Agualusa si addentra nella Storia portoghese nel secolo della decolonizzazione, ricorrendo di tanto in tanto a ricercati sistemi di metanarrativa e digressione.

Il narratore segue le sue tracce dal Brasile all'India, espediente che gli permette di tracciare un ritratto di Goa appassionante ed esemplare, ricco di sfaccettature, personaggi ed immagini folgoranti che richiamano a un grande passato, dominato dalle autorevoli figure di Afonso de Albuquerque, leggendario governatore delle Indie Portoghesi, e del padre gesuita Francisco Xavier, e ad un presente ancora in definizione, in cui i discendenti lusitani rivestono ancora un ruolo determinante.

Da una parte assistiamo alla demitizzazione del Relitto Imperiale, in cui deambulano freaks occidentali di ogni genere, subalterni che vivono di loschi raggiri e incantatori che hanno stordito i loro serpenti, mentre sui taxi le statuette della Vergine sono incorniciate da intermittenti luci al neon. Dall'altra Goa conserva una fatiscente seduzione carica di esotismi, vedute straordinarie e tramonti suggestivi, patria di un languido sentore cattolico, ancorata alla tradizione ma in costante rinnovamento.

Diverse sono le tematiche collaterali esaminate da Agualusa, dal perpetuo interrogarsi sull'identità portoghese in una prospettiva europea, alla repressione operata in epoca salazarista, passando per l'incresciosa speculazione che caratterizza il mercato delle reliquie. Se i nuovi e lussuosi hotel riportano alla mente la Bangkok di Lawrence Osborne, la Goa Velha, con le sue maestose cattedrali e il misticismo religioso, fa ripensare alle descrizioni riportate ad inizio secolo da Mario Appelius, che definisce la stessa Goa e Macao “due piccoli luoghi, due enormi Cattedrali”.

Agualusa compila un manifesto imperiale a metà tra cronaca e romanzo, un resoconto gremito di leggende che guarda al Portogallo con l'occhio sufficientemente distaccato di Plácido Domingo, per chi vuole “sapere come va a finire”.La lettura, disseminata di passaggi fluidi e graffianti, risulta ancora più piacevole se intrecciata ad una calda tazza di tè chai, mentre i bastoncini di incenso al sandalo e alla cannella ardono nell’aria e la melodia del sitar à portuguesa di Ana Rita Simonka si diffonde nelle stanze.

(Edizione consultata: José Eduardo Agualusa, Un estraneo a GoaEdizioni dell'Urogallo, Perugia, 2012. Traduzione di Marco Bucaioni)


martedì 7 gennaio 2014

Porto Editora: bombeiro eletta "palavra" dell'anno 2013 col 48% dei voti

Il "grazie" dei portoghesi al coraggio dei pompieri negli incendi estivi



Chiunque nel mese di dicembre si trovasse a sfogliare on line il famosissimo dizionario di Porto Editora, non avrà potuto ignorare le continue sollecitazioni ad esprimere il suo parere sul sondaggio in corso per eleggere la "palavra do ano 2013". Tra le dieci opzioni offerte dalla maggior casa editrice portoghese, nonché leader indiscussa nel settore digitale dei contenuti educativi e riferimento fondamentale sul fronte linguistico, la più votata è stata "bombeiro" che ha ottenuto il 48% delle preferenze su 15 mila votanti della rete.  "Bombeiro" succede quindi nell'ordine a "entroikado”, eletta palavra del 2012, ad “austeridade” (2011), “vuvuzela” (2010) ed “esmiuçar” (2009).

Ma come mai si è imposta “bombeiro”, distaccando così fortemente sia la seconda classificata "irrevogável” col 17%, sia “inconstitucional”, terza col 10%? Evidentemente nel cuore dei portoghesi è rimasta viva la gratitudine per l'infaticabile coraggio con cui, la scorsa estate, i pompieri si sono spesi nella lotta per spegnere i violenti incendi che hanno distrutto foreste e causato persino la perdita di alcune vite umane, persino tra gli stessi vigili del fuoco. Lo stesso Departamento de Dicionários di Porto Editora, nel comporre la lista delle parole da mettere in lizza che attinge come sempre dalle più gettonate sul web, non fa mistero di aver inserito “bombeiro” anche in omaggio ad una categoria mai abbastanza lodata per i preziosi soccorsi che presta e per i numerosi salvataggi  che porta a termine.

L'inserimento di "irrevogável" è stato suggerito, invece, dal drastico aggettivo scelto da Paulo Portas nel rassegnare le proprie dimissioni da ministro degli Esteri, dimissioni che non si sono tuttavia concretizzate.  Quanto a "inconstitucional", trova lo spunto dall'aggettivo, a lungo dibattuto sui media portoghesi, utilizzato dalla Corte Costituzionale a proposito di alcune misure delineate dal Governo nel bilancio dello Stato. Ma quali sono le altre parole, rimaste fanalino di coda? Citiamole in ordine decrescente per risultati ottenuti: “grandolada” (8%); “Papa” (6%); “pós-troika” e “swap” (3%); “coadoção”, “piropo” e “corrida” (2%).

"Grandolada” allude all'intonazione della famosa "Grândola, Vila Morena", l'inno della rivoluzione dei garofani tornato in auge nel settembre scorso nelle proteste dei cittadini portoghesi contro la politica di austerità. "Papa” si riferisce ovviamente all'elezione di Papa Francesco, il primo papa latinoamericano. “Coadoção” al progetto di legge per consentire l'adozione a coppie dello stesso sesso. "Pós-troika” e “swap” si agganciano strettamente alla crisi economica ancora in atto; "piropo" agli apprezzamenti, non sempre graditi, spesso rivolti per strada a donne attraenti; "corrida", infine, al ritorno di interesse per la corrida portoghese manifestatosi di recente in varie zone del Paese.

Come noto, il concorso "Palavra do ano" di Porto Editora, che ha già superato il quinto giro di boa divenendo ormai popolare tra i moltissimi utilizzatori dei servizi offerti in rete tramite Infopedia, ha un ben preciso obiettivo. Lo citiamo testualmente, attingendolo dal sito ufficiale: "Enaltecer o património da língua portuguesa, sublinhando a importância das palavras e dos seus diferentes sentidos no nosso quotidiano".  



venerdì 3 gennaio 2014

Auguri da Gilberto Gil per il 2014: "Queria desejar um Feliz Ano Novo, cheio de tudo..."

A Salvador de Bahia la coppia Gil-Veloso sul palco nella "virada do ano"



"Queria desejar um Feliz Ano Novo. Ano novo cheio de tudo. É difícil você esperar que o novo ano venha pleno só de coisas boas, porque a vida é um misto de coisas boas e ruins, elas dialogam o tempo todo. A formação do temperamento, da coragem, da capacidade de resistência, tudo isso não vem só em função das coisas boas, mas das coisas não tão boas também. Esse diálogo entre positivo e negativo é constante. Desejo as pessoas isso: atenção e muita conformidade com os tempos que virão, com as facilidades e dificuldades novas que virão".

Questo l'augurio che Gilberto Gil ha rivolto ai suoi concittadini baiani per il 2014, estendendoli all'intero Brasile,  nella lunga notte di festeggiamenti organizzata dalla Municipalità di Salvador de Bahia per celebrare la "virada do ano". Il diario portoghese fa sue queste espressioni augurali, felice di condividerle coi propri lettori, apprezzando la prevalente saggezza, frutto della intensa esperienza di vita del grande musicista, piuttosto dell'enfasi tradizionalmente utilizzata in queste circostanze.

Un augurio caloroso e positivo, ma anche prudente ci è apparso infatti quello di Gil, conscio che gli occhi di tutto il mondo in questo nuovo anno sono puntati addosso al suo Brasile. Non a caso, proprio a cavallo di fine anno, scorrendo i media internazionali si sprecavano i titoli concordi nel decretare il "2014 l'anno del Brasile". Intanto la stampa interna brasiliana non cessa di monitorare le luci e le ombre che avvolgono in due eventi maggiormente attesi: i mondiali di calcio (12 giugno - 13 luglio) e le elezioni presidenziali (5 ottobre). E l'attesa monta.

Se abbiamo scelto di focalizzarci sul Réveillon Salvador anziché su quello di Rio o di Florianópolis, ben più affollati numericamente rispetto alle 150 mila persone radunate in Praça Visconde de Cairu, è per la presenza sul palco, a fianco di Gilberto Gil, di un altro mito della musica internazionale: l'amico di sempre Caetano Veloso. Un sodalizio ben collaudato quello Gil-Veloso che, oltre ad aver co-fondato il movimento musical-culturale tropicalista grazie a cui si è imposto nel mondo, ha pure condiviso l'esperienza dell'esilio a Londra ai tempi della dittatura dopo aver trascorso alcuni mesi di prigionia con l'accusa di "attività anti-governative".

Coetanei, nati entrambi nel 1942 nello stato di Bahia, i due amici non hanno mai disgiunto l'impegno musicale da quello civile e politico. In particolare Gilberto Gil, come si ricorderà, è stato anche ministro della Cultura dal 2003 al 2008, chiamato dallo stesso presidente Lula da Silva a ricoprire la carica, poi abbandonata perché sottraeva troppo tempo alla musica. L'unica dissonanza, se così si può definire, riguarda proprio Lula di cui Gil fu sostenitore da sempre, mentre Veloso appoggiava l'ex presidente Ferdinando Enrique Cardoso. Ma se Caetano ha affidato a Gilberto il compito di rivolgere pubblicamente gli auguri il primo gennaio 2014, visto il legame tra i due, è lecito ipotizzare che ne abbia condiviso pienamente lo spirito. 

Lar doce lar: rientrata a casa l’attivista brasiliana di Greenpeace Ana Paula Maciel

Amnistiata dopo quasi 100 giorni di detenzione in Russia, già pensa alla prossima missione



È rientrata in patria sabato 28 dicembre dopo quasi cento giorni di detenzione in Russia, la biologa brasiliana Ana Paula Maciel, amnistiata assieme agli altri 25 attivisti di Greenpeace grazie ai recenti provvedimenti di "clemenza" decisi dal governo del Cremlino. All'arrivo all'aeroporto Guarulhos di São Paulo, prima di ripartire per la sua città (Porto Alegre), è stata accolta con particolare calore non solo da parenti, amici e da membri dell'organizzazione ambientalista, ma anche da una folla di sconosciuti sostenitori.

A darne notizia sono numerosi organi di stampa brasiliani oltre a Greenpeace Brasil che intitola la notizia "Lar doce lar" (casa dolce casa). Come noto, gli attivisti di Grenpeace vennero arrestati dalla guardia Costiera in acque internazionali, mentre protestavano contro la perforazione petrolifera dell'Artico a bordo della "Arctic Sunrise", ancora trattenuta a Murmansk. Accusati dapprima di pirateria rischiando fino a 15 anni di carcere, accusa poi ridotta a vandalismo, devono la loro liberazione ad una imponente mobilitazione internazionale. Ricordiamola in cifre: 800 manifestazioni in 46 Paesi, con migliaia e migliaia di petizioni firmate da cittadini, diplomatici, personalità di spicco e, quanto al Brasile, con l'intervento della stessa Presidente Dilma Rousseff.

Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio e la gioia del ritorno a casa, Ana Paula non ha smesso i panni dell'ambientalista a tempo pieno nemmeno al suo arrivo, ricordando che "se la sua esperienza ha avuto un lieto fine, restano tuttavia varie fonti di preoccupazione: per la fusione dell'Artico che prosegue, per la continua riduzione della foresta amazzonica, così come per il costante avvelenamento degli oceani". Convinta che "valga la pena continuare a battersi in favore della del pianeta per questa e per le future generazioni", la biologa non ha risparmiato critiche alla Russia definendo "una vergogna quella di difendere gli interessi delle compagnie petrolifere". Premesso che "tutto quel che è accaduto è stato surreale", si è augurata che "nessun altro Paese cerchi di mettere a tacere la libertà di parola e la protesta pacifica di come la Russia ha fatto".

Pur consapevole dei rischi assunti con la decisione di spendersi in prima persona nella difesa dell'ambiente, Ana Paula non si riposerà a lungo dall'avventura appena attraversata e guarda già alla sua prossima missione: andrà in Nuova Zelanda, con un gruppo un lavoro per la preservazione delle orche. Sembra che, nonostante tre mesi di ansia e di preoccupazione, anche i suoi famigliari abbiano ormai accettato le scelte di Ana Paula. Un segnale chiaro in tal senso lo ha dato proprio suo padre, Jaires Maciel, che la attendeva con un simbolico regalo di benvenuto: una piccola orca di peluche.

Il diario portoghese aveva dedicato un post alla figura della biologa brasiliana in occasione della sua detenzione, il 7 ottobre 2013. Questo il link per rintracciarlo:

http://ildiarioportoghese.blogspot.it/2013/10/ce-anche-una-biologa-brasiliana-tra-gli.html

venerdì 27 dicembre 2013

"Per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore" (terza parte)


   

      "Per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore" 

di 
Alice Vieira

(traduzione dal portoghese di Niccolò Morselli)

Racconto tratto da 

"Cioccolato. Sei storie da leccarsi le dita"

Alice Vieira, Catarina Fonseca, Isabel Zambujal, Leonor Xavier, Maria do Rosário Pedreira e Rita Ferro


Edizioni dell'Urogallo, 2013


“[…] Fu quella la settimana in cui mi veniva in mente di continuo mia madre.
E la nostra vita a Villa Vittoria.
Di mio padre ho pochi ricordi. O meglio, mi ricordo solo di lui seduto al tavolo della sala da pranzo e di mia madre che lo serviva.
Le domestiche andavano e venivano senza dire una parola, di molte di loro non ricordo né il nome né la voce. Facevano il bucato e lavavano le stoviglie, davano lo straccio e pulivano le pareti, riordinavano le stanze, cambiavano l’acqua ai fiori, lucidavano gli specchi, sbrinavano il frigorifero, sgrassavano il forno, spolveravano ogni angolo della casa affinché non ci invadessero gli insetti, ma la cucina era il regno indiscusso di mia madre.
Tra sere passate a guardare film e giornate passate tra bolliti, umidi, brodetti, pancotti, pasta sfoglia, panzerotti, crostate, mousse e budini, trascorsero uno dopo l’altro tutti i giorni dei dieci anni in cui visse là.
Non l’ho mai sentita lamentarsi, fino al giorno in cui capì che “la donna della terra” in questione era Laura… della quale non si liberò mai. Chiuse le finestre e cominciò ad inondare la casa col profumo inconfondibile delle pietanze che si cuocevano sui fornelli. Osservava mio padre in silenzio, mentre sulle sue mani comparivano via via rughe e calli per il tanto impastare, tagliare frutta, ungere teglie, sminuzzare cioccolato, montare chiare.
A volte rimanevo incantata dalla velocità con cui le sue mani si muovevano e lei guardandomi mi sorrideva, bisbigliando:
«Come dice il vecchio detto: “per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore”».
Mia madre trascorse la sua vita tra film, pentole, padelle, fornelli… e vecchi detti. Che non avevo mai sentito dire da nessuna parte se non da lei.
Mio padre usciva presto per andare in ufficio e tornava sempre a casa per pranzo. Fino al giorno in cui morì, mio padre non rinunciò mai ad un pranzo o ad una cena a casa. E non ricordo nemmeno, finché rimase al mondo, neanche solo una volta in cui mia madre non gli abbia preparato un pasto che non fosse raffinato: zuppa, pesce, carne, dolce, frutta e caffè. E alla fine, dopo tutto questo ben di Dio, era tradizione servire in tavola la torta al cioccolato che abbiamo sempre chiamato “la torta del papà” e che mia madre faceva un giorno sì e un giorno no. Per mio padre la torta era come una droga. Dopo pranzo e dopo cena, ecco che arrivavano le fette di torta ricoperte di cioccolato, col loro ripieno di panna, mandorle e chantilly.
Mio padre mangiava in silenzio. E in silenzio mia madre lo serviva, osservandolo e sorridendogli sempre. Ma con un sorriso strano, che ci si insinuava nel cuore consumandolo poco a poco. Lentamente ma senza fermarsi un attimo.

«Non te l’ha mai insegnato tua madre?»
La guardai senza capire.
«Di… delle chiare che non si montano, della crema che fa molti grumi, della maionese che impazzisce, del cioccolato che non si scioglie a bagnomaria. Quando abbiamo… sì, insomma, mi capisci, quando abbiamo i nostri giorni, queste cose succedono sempre. Sempre. Nessuno sa dire il perché. Mia nonna diceva che era la croce delle donne, perché erano impure. Era un pozzo di saggezza quella vecchietta! Ma io non credo a queste sciocchezze. Però succede davvero. Sarà il ciclo, va’ a sapere…»
No, mia madre non mi aveva mai detto nulla del genere, mia madre era vissuta per ingozzare mio padre di cibo, quel poco che sapevo della vita l’avevo imparato dai compagni di scuola e dalle domestiche.
Quella mattina in cui mi svegliai e mi vidi insanguinata, ricordo di essere corsa sotto shock da Lurdes, di averle gettato le braccia al collo urlando: «Ho la tubercolosi! Ho la tubercolosi! Sto per morire!». Lurdes accorse dal lavatoio asciugandosi le mani nel grembiule e tenendosi l’indice premuto sulle labbra: «Shh! Basta! Altrimenti sua madre la sentirà!».
Mi portò nel bagno minuscolo dei domestici, si prese cura di me: mi calmò e mi spiegò che non sarei morta ma che quello che mi era successo significava che da quel momento avrei potuto avere dei figli.
«Figli? Avrò dei figli?»
Presi paura al pensiero di stringere da lì a pochi giorni un bebè tra le braccia. Mi chiesi com’è che nascevano i bambini, come si accudiva un bebè, cos’è che avrei dovuto dargli da mangiare, se lo si poteva saziare solo con la torta al cioccolato di mio padre, come l’avrei dovuto vestire e come avrei fatto a portarlo con me a scuola visto che ci lasciavano portare i giocattoli solo al mercoledì.
«Certo, ne avrà molti, ma mica adesso!», disse ridendo Lurdes.
Quel pomeriggio Lurdes raccontò tutto a mia madre, la quale però non entrò mai in argomento con me.
Ma nella settimana in cui mi venivano le mestruazioni, mia madre tagliava sempre una fetta di torta, fatta in genere unicamente per mio padre, di modo che io la mangiassi a scuola a merenda, dicendo:
«Come dice il vecchio detto: “il cioccolato venne in mente per alleviare un corpo dolente”».
Ancora oggi non so di che cosa sia morto mio padre. Un attimo prima masticava tranquillo, di gusto, deliziato dagli ultimi bocconi della fetta di torta, con il cioccolato che gli si scioglieva in mano, pronto a piantare la forchetta nell’ultimo pezzo che rimaneva per poi leccarsi le dita. Un attimo dopo era accasciato sul tavolo, con il capo riverso nel piatto, gli occhi vitrei riflessi nella forchetta, privo di sensi.
Mia madre disse:
«Chiamate un’ambulanza».
Portò via gli avanzi del pranzo mormorando:
«Come dice il vecchio detto: “vita finita, piazza pulita”».
Il commento del medico che attestò il decesso era tutto un superlativo: colesterolo elevatissimo, pressione altissima, arterie occlusissime.
Dopo il funerale, a cui mia madre non andò per tener fede al suo voto di clausura, non si mangiò mai più in sala da pranzo. Svuotò frigorifero e dispensa con quell’aria a metà strada tra compiacimento e afflizione che viene solo quando si ha la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere o perché raggelati da una vendetta definitiva… da quel momento in poi abbiamo cominciato a mangiare in cucina.
Una mattina entrai in camera sua ma non la trovai. Le domestiche non l’avevano vista né sentita camminare per la casa. La polizia, senza grande impegno, fece delle indagini sulla sua scomparsa. Ma dieci anni erano tanto tempo e ormai nessuno si ricordava di aver mai visto la sua faccia. Parecchio tempo dopo, una cartolina con sopra il Vulcano Capelinhos e con una firma illeggibile di qualcuno che diceva di essere mio cugino alla lontana mi avvisava della sua morte.
Presi O Livro de Pantagruel e i film di Audrey Hepburn e venni a Lisbona, mentre Laura faceva il suo ingresso a Villa Vittoria crogiolandosi nel suo dolore di eterna vedova.
*
«Passamelo, altrimenti non usciamo più da qui dentro».
Senza dire nulla le passo la ciotola.
«Forse Sofia sì che era un’ottima cuoca».
Sento un brivido.
«Ma chi è questa Sofia?»
Luís non mi ha mai parlato di nessuna Sofia. Nemmeno quel pomeriggio al Colombo. E io non ci avevo più pensato. Forse non c’era nessuna Sofia e lei l’aveva detto solo per provocarmi. La guardo muovere velocemente la frusta alcune volte, la guardo girare sotto-sopra la ciotola con la destrezza di un giocoliere e io, da sciocca:
«Stia attenta, badi che non cada che poi si sporca il vestito!»
Come se mi importasse veramente qualcosa se si sporcava il vestito, sicuramente firmato, ovvio, e lei:
«Non cade niente! Sono montate a neve alla perfezione, non cade neanche una goccia!»
Mi ripassa la ciotola ed esce dalla cucina con l’aspetto trionfante di chi ha appena annientato il nemico sul suo stesso terreno di combattimento.
Ungo la teglia, la cospargo di farina, vi verso infine tutto il composto. E il forno lentamente farà il resto. Mi sciacquo le mani, mi tolgo il grembiule, mi sistemo i capelli e li raggiungo in soggiorno.
Sono entrambi presi da una conversazione molto accesa sulla salute che non interrompono al mio arrivo.
«Anche tu, mamma, devi aver cura di te, devi stare attenta al tuo stile di vita e a quel che mangi. Guarda che non sei più una ragazzina e poi questi problemi di pressione possono diventare guai».
«Ma che m’importa! È il farmacista che mi racconta queste cose per spaventarmi. Io, però, non passo la mia vita a pensare alle malattie! Ho troppe cose da fare e non posso perder tempo dietro a queste preoccupazioni. E poi non c’è nulla di meglio che mettere qualcosa di dolce sotto ai denti».
Improvvisamente mi rendo conto di aver cominciato a parlare:
«Tutto ciò che rende la vita piacevole appaga il Signore e noi!»
E lei ridendo: «Finalmente qualcuno che mi capisce!». E voltandosi verso Luís esclama: «Adesso stiamo a vedere se la cambi!»
Si appoggia allo schienale e, scongiurate le disgrazie che aveva previsto Dora, restiamo lì insieme, lei a rivelarmi i segreti del figlio e io a promettere di farle torte, mousse, semifreddi e bavaresi affinché né il suo palato né la sua vita siano mai più amari, mentre fuori dalle finestre cala la sera, il mondo appare sempre più lontano e tutto profuma di Cacharel e cioccolato.

FINE

Torta del papà

Ingredienti:
125 g di burro
180 g di zucchero
3 uova
½ tazza di latte tiepido
80 g di cacao
225 g di farina
2 tazze di panna fredda
60 g di zucchero a velo
100 g di mandorle sgusciate
scaglie di cioccolato
crema chantilly per guarnire


mercoledì 25 dicembre 2013

"Per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore" (seconda parte)


     "Per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore" 

di 
Alice Vieira

(traduzione dal portoghese di Niccolò Morselli)

Racconto tratto da 

"Cioccolato. Sei storie da leccarsi le dita"

Alice Vieira, Catarina Fonseca, Isabel Zambujal, Leonor Xavier, Maria do Rosário Pedreira e Rita Ferro


Edizioni dell'Urogallo, 2013



“[…] Il più grande dispiacere di mia madre era dato dal fatto che io non assomigliavo a Audrey Hepburn. Vivevamo entrambe a Villa Vittoria, abitata dai fantasmi delle donne ormai morte che si erano susseguite nel corso delle generazioni. Ero arrivata lì quand’ero ancora una bambina e non avevo nessun ricordo della mia vita prima di quel momento, non ricordavo neppure che eravamo arrivati da un’isola lontana e di essere finiti lì con mio padre, in quella villa in cui aveva abitato la sua famiglia e in cui non era rimasto più nessuno. Mia madre mi raccontava che avevo gridato per tutto il viaggio.
«Credevo che non avresti resistito».
Ciò avvenne però molto prima che lei cominciasse a capire, dagli sguardi delle vicine e dai mormorii degli uomini al bar che cessavano appena entrava lei. Molto prima che sentisse qualcuno pronunciare vicino a lui il nome di Laura e che lei chiedesse:
«Chi è Laura?», senza che nessuno le desse risposta, mentre tutti si voltavano dall’altra parte cambiando discorso.
Molto prima di capire che da dietro ai vetri della villa di fronte una donna la spiava tutte le volte che usciva ed entrava in casa oppure quando si affacciava alla finestra a guardare il fiume con nostalgia del mare.
Molto prima che le spiegassero la maledizione di quella terra: gli uomini che da lì se ne andavano, lì facevano ritorno sempre. E le donne di quella terra restavano per sempre dentro alle loro vite anche se loro ritornavano con altre. L’anziano signore che tutti i mesi veniva a sistemarci il giardino diceva sempre:
«Le donne di questa terra sono come la terra stessa; e la terra nessuno la vende, nessuno la cambia».
Le donne di quella terra si imponevano con tutta lo loro forza, caparbie, vincenti, eterne.
Le altre rimanevano le altre.
Mia madre, tuttavia, cercò di nuovo di strappare di bocca a mio padre la risposta a quella domanda:
«Chi è Laura?»
Ma lo sguardo algido di mio padre, quasi a voler dire: «Non fare domande».
Le diede tutte le risposte che cercava.
Chiuse le finestre, tirò le tende e, fino alla sua morte, non mise mai più piede in strada. Poteva anche non essere una donna di quella terra ma le si leggeva la vergogna in volto.
*
Lei continuava a fissare le mie mani, la ciotola, le chiare e quel liquido giallognolo. E ripeteva:
«È il sangue, te l’ho già detto. Non c’è nulla da fare».
Smisi di sbattere le chiare.
E lei disse:
«È il sangue».
Ripresi a sbattere le chiare, cercando di ignorarla perché così mi aveva detto di fare Dora.
*
Dora era spuntata quella mattina con una faccia da funerale. La sua testa aveva fatto capolino dalla porta del loculo in cui io mi occupavo della parte pubblicitaria della rivista e mi aveva chiesto:
«Conosci una ricetta col cioccolato?»
Mi colse alla sprovvista. In redazione, Dora aveva il solo compito di scrivere le pagine dell’oroscopo e io non capivo che cosa c’entrassero gli astri con la più grande minaccia per il colesterolo e per la taglia 42.
«È una questione seria, non ridere».
«Non sto ridendo».
«Ma soprattutto non ti mettere a ridere dopo che avrai sentito quello che ti sto per dire».
Dora aveva un modo tutto suo di scrivere la pagine dell’oroscopo per la rivista; nel corso della settimana girava per i vari uffici a chiedere ad ognuna di noi cosa volessimo che ci succedesse nella settimana a venire. Raccoglieva i desideri di tutte, ci aggiungeva quello che lei chiamava «una dose di poesia con un pizzico di realismo», distribuiva poi tutto quanto per i dodici segni zodiacali, impaginandolo appositamente nello spazio che le capitava. C’era chi quelle due pagine le ritagliava e le leggeva con devozione. C’era chi inviava e-mail, lettere e addirittura regali, giurando che tutto si era avverato tale e quale a come aveva previsto lei.
«Ci azzecco sempre…», esclamava Dora.
C’era chi diceva che la rivista si vendeva grazie a Dora, che si firmava Eudora «per dare al tutto un sapore più greco, un po’ come se fosse in confidenza con la pizia di Delfi». Non ricordavo che la pizia di Delfi si chiamasse Eudora, a dire il vero non ricordo che la pizia di Delfi avesse un nome. Ma quella mattina Dora entrò nel mio ufficio con la fronte corrucciata.
«O mi prepari una ricetta di una torta al cioccolato da scrivere nell’oroscopo del tuo segno o non sarei così sicura che la prossima settimana non abbia in serbo per te brutte sorprese».
«Come?»
«Ti avverto, incontrerai il male sul tuo cammino e potrai avere la meglio solo prendendolo per la gola».
Rabbrividii.
Tornai a sentire quel detto della mia infanzia: “per la gola si prende chi fugge dal nostro cuore”, e cercai di fare buon viso a cattiva sorte.
Risi e dissi:
«Anche il male ha la gola?»
«Ti avevo chiesto di non ridere!»
«Non sto ridendo, ti sto facendo una semplicissima domanda. Ce l’ha?»
«Solo con una torta di cioccolato riuscirai a scacciare gli spiriti maligni.»
«Spiriti maligni che, tra l’altro, sono anche loro ghiotti di torte al cioccolato… mica male…»
«Torta, budino, mousse, cioccolatini… l’importante è che ci sia il cioccolato».
Dora entrò del tutto chiudendo la porta dietro di sé, appoggiò la stampante per terra per potersi sedere sulla sedia e, seria in volto, esclamò:
«L’ho visto nelle carte».
Non mi era mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello che Dora facesse i tarocchi. Mi aveva sempre fatto ridere il suo metodo, come dire? …poco ortodosso di studiare gli astri per scrivere l’oroscopo (un segreto che avevo promesso di portarmi nella tomba), e non avrei mai creduto che, se non per la rivista, Dora potesse aver qualcosa a che fare con l’astrologia e cose simili.
«Fai i tarocchi?»
«Nei casi disperati leggo anche i fondi del caffè».
In effetti, come dice il vecchio detto: “ogni persona è un universo e la gente non ne vede nemmeno una piccola parte”. Fu proprio in quel momento che il mio cellulare inondò l’ufficio con una stridente imitazione di uno dei valzer di Chopin per avvisarmi che avevo ricevuto un sms.
«Sabato alle 5. L.»
Stava per uscirmi di bocca una parolaccia ma mi trattenni. Non ho nulla contro le parolacce, ma ci sono cose che non si dimenticano col tempo, come ad esempio la mia lingua ricoperta di sale, la stanza senza finestre di Villa Vittoria dove rimanevo rinchiusa per tutto il giorno, o altre premure simili di cui l’infanzia mi aveva fatto dono. Rimasi a fissare il cellulare. Avevo quattro giorni davanti a me e tutto il peso del mio passato sulle spalle.
Come dice il vecchio detto: “quando il passato avanza il presente arretra”.
«È successo qualcosa?», chiese Dora.
«No, ma se non ti dispiace ora lasciami lavorare che così forse oggi ce la faccio ad uscire prima, che ho alcune faccende da sbrigare».
«Ma non dimenticarti di ciò che ti ho detto. Cioccolato. Prepara torte, biscotti, qualsiasi cosa. E portami la ricetta che la metto nel tuo segno. Qualsiasi cosa. L’importante è che tu abbia in casa qualcosa al cioccolato da offrire a chi verrà a trovarti questo fine settimana».
«Viene a trovarmi qualcuno?»
«Ah, non te l’ho detto? Con la suoneria di quel cavolo di cellulare mi è passato di mente… sì, sì. È questa visita che può portarti gli spiriti maligni in casa. Sta’ attenta».
«Come dice il vecchio detto: “chi aspetta visite incontra la morte”».
«Non l’avevo mai sentito questo detto…»
«Mia madre parlava sempre per detti. O per lo meno, era lei a sostenere che fossero detti. Ogni tanto me ne esce qualcuno dalla bocca».
«Comunque sia, fa’ attenzione: il male può entrare nella tua vita quando meno te l’aspetti e nel modo più subdolo possibile. In punta di piedi… alla luce del sole… col colore del sangue…»
«Sei per caso diventata matta? …Ci manca solo che mi dici a che ora…»
«Domani alle cinque».
«Vattene dal mio ufficio!».
*
Ci eravamo imbattuti in lei nel bel mezzo del Colombo. Ho sempre odiato il centro commerciale Colombo, con quelle corsie tutte a semicerchio, tutte uguali, mi ci perdevo sempre, ma Luís aveva insistito e all’improvviso ecco che lo sento dire:
«Cavolo!».
E lei era lì davanti a noi. Non c’era modo di evitarla. Siamo rimasti tutti e tre in silenzio per alcuni secondi.
Poi Luís disse:
«Ti presento Inês».
E lei disse:
«Inês?!… Ma Sofia? Dov’è finita Sofia?»
Scosse la testa con le mèches giallo paglierino e guardandomi bene da di fronte esclamò:
«Gli uomini… un giorno si innamorano di una giurando che sarà per sempre e che sarà con lei che metteranno su famiglia, che fanno sul serio, bambini, rate della macchina, vacanze al mare, sabati pomeriggio al centro commerciale, che vogliono invecchiare solo con lei… e poi il giorno dopo ne hanno già un’altra. Se dovessi star qui a ricordarmi di tutte quelle che mi ha presentato, nella mia testa non ci sarebbe spazio per nient’altro».
Ridacchiò e proseguì:
«Proprio come puoi vedere ho una vita molto intensa, non sono una di quelle che se ne rimane con le mani in mano, penso che una donna debba aver sempre qualcosa da fare. Ricamo, faccio la maglia, i tappeti di Arraiolos, le parole crociate e ho appena iniziato a scoprire il mondo dei social network!»

Luís e lei, poi, scoppiarono a ridere, mentre io rimasi lì a guardarli, estranea a quelle che, dopo tutto, erano cose loro. […]”