sabato 8 febbraio 2014

"Lusoclássicos": "Budapest" di Chico Buarque

Nella sua rubrica "Lusoclássicos", Andrea Sironi ci guida alla riscoperta di un "ironico tour de force letterario", Budapest. Il suo autore, Chico Buarque, celebre come uno dei compositori e interpreti più rappresentativi del panorama musicale brasiliano, conferma con questo romanzo il suo straordinario talento linguistico: "un rarissimo esemplare di intellettuale a tutto campo", "un acrobata della parola", così come è stato definito da Gianni Mura in un articolo del 26/02/2005 su La Repubblica. 

Budapest, di Chico Buarque
Quella lingua magiara che “è la sola che il diavolo rispetti”



Budapest, uscito nel 2006 in Italia nell'edizione edita da Feltrinelli e tradotta da Roberto Francavilla, è il penultimo romanzo di Chico Buarque e il primo ad essere pubblicato nel nostro Paese. All’interno dell’opera del popolare musicista, nonché scrittore e compositore brasiliano, il romanzo riveste un ruolo di prim'ordine, testimoniato dagli importanti consensi ottenuti dalla critica e dal mezzo milione di copie vendute nel mondo. Del resto lo stile scorrevole e immediato, la successione degli eventi incalzante e un’ironia che a tratti si fa pungente sono le caratteristiche che conferiscono al romanzo quella che Saramago ha definito “una maestria del linguaggio, della costruzione narrativa, del fare semplice”.

José Costa vive a Rio de Janeiro, è sposato con la bella giornalista televisiva Vanda e lavora come ghost-writer presso l’agenzia culturale dell'amico Alvaro Cunha. In un cassetto sotto la scrivania custodisce gelosamente gli anonimi capolavori che compila ironicamente, divertito da come il suo nome risulti straniero alle vetrine delle librerie.
Un evento sconvolge però la sua vita in concomitanza con il mancato scalo aereo che da Istanbul, sede designata all'annuale congresso dei ghost-writers a cui José abitualmente prende parte, dovrebbe riportarlo in Brasile. L'aereo devia la sua traiettoria e lo scrittore si ritrova a Budapest, dove di fatto entra in contatto con quella lingua magiara, “la sola che il diavolo rispetti”, che lo seduce e rapisce. Assistiamo a come sia il caso ad operare, a sconvolgere le prospettive e a cambiare irreversibilmente le priorità di un protagonista che conduce una vita ordinaria, tra matrimonio e nottate passate a scrivere per altri.

Le incursioni all’interno della struttura e dei foni ugrofinnici, autentico piano di riconfigurazione identitaria, lo porteranno a dividersi tra Vanda e Krista, giovane donna dalle labbra sottili e gli “zigomi lievemente prominenti”, e a tracciare un’indagine esistenziale alternativa, potenzialmente pericolosa e combattuta. Tutto questo mentre in Patria, paradossalmente, la biografia romanzata commissionatagli spopola. Tornato a Rio Zsoze Kósta, allineatosi ormai ad un registro differente rispetto a quello antecedente al suo viaggio, conosce una profonda crisi. La dimensione del viaggio risiede quindi nel confronto con il sé, più che con i luoghi sconosciuti. Secondo quest'ottica una lingua ancora inesplorata altri non è che un limite socioculturale che, ad impatto, rende ulteriormente complicate le interazioni e può portare a inaspettati risvolti.

Ecco illustrati, secondo una nota del traduttore, i significati contenuti nel viaggio inteso come metafora, strumento che ci permette di capire in che termini la linguistica sia una delle esperienze determinanti nella costruzione dell'identità.


(Edizione consultata: Chico Buarque, Budapest, Feltrinelli, Milano, 2006. Traduzione di Roberto Francavilla). 

lunedì 3 febbraio 2014

António Lobo Antunes: vince Premio Internazionale Nonino 2014

Riceve il riconoscimento da Claudio Magris che lo omaggia anche sul Corriere della Sera



"La prosa del narratore lusitano è il canto struggente di un ribelle senza pace che polifonicamente distrugge la sintassi. Uno scrivere dove violenza e malinconia sono immerse in una solitudine metafisica e si intrecciano. Una marea incessante di morte e follia annegate in un crudo realismo, acide passioni inconfessate di un naufragio simbolo del nostro simulacro di felicità."

Con questa motivazione è stato assegnato ad António Lobo Antunes il Premio Internazionale Nonino 2014, giunto quest'anno alla 39/ma edizione. La cerimonia di premiazione si è svolta domenica 26 gennaio u.s. a Percoto, località friulana dove ha sede la celebre casa produttrice di grappe che dà il nome al Premio, la cui giuria è presieduta dal Nobel V.S. Naipaul e composta tra gli altri da Ermanno Olmi, Edgar Morin e Claudio Magris. E' spettato proprio allo scrittore triestino consegnare l'importante riconoscimento al collega portoghese.

Per i lettori del nostro Blog, António Lobo Antunes non certo ha bisogno di presentazioni. E' con non poca gioia che condividiamo la notizia sul diario portoghese, lusingati dal prestigio conferito non solo a quello che attualmente è considerato il principale scrittore portoghese vivente (complice anche la scomparsa del Premio Nobel José Saramago con cui si contendeva il primato), ma alla letteratura lusofona in senso lato. Nato a Lisbona da famiglia brasiliana, Antunes rappresenta bene anche una grande ex colonia come l'Angola, avendo partecipato alla guerra coloniale come medico durante il servizio militare e avendo tratto da quell'esperienza ricorrenti fonti d'ispirazione per la sua copiosa narrativa. In occasione della sua venuta in Italia per ritirare il premio, l'autore portoghese edito a casa nostra da Feltrinelli è stato al centro di interesse mediatico, sia tramite interviste sia tramite articoli dedicati alla sua opera.

Ne ha scritto, in termini di smisurata stima, lo stesso Claudio Magris sul Corriere della Sera. Rimandiamo al link sottostante l'invito a godersi per intero le parole di Magris, limitandoci ad estrapolarne solo alcune. Ad esempio: "La scrittura, per Lobo Antunes, è un fiume in piena, una mareggiata di tante opere che è quasi impossibile elencare tutte insieme ai loro traduttori". E ancora: "Come un classico antico, Lobo Antunes raccoglie e tramanda la memoria storica del suo Paese, il Portogallo: La Spiegazione degli uccelli (1981) e Lo splendore del Portogallo (1997) illustrano, in chiave diversa, gli anni tra la caduta della dittatura di Salazar e una nuova realtà ancora tarata; nella Storia affondano pure le storie dei personaggi de Le navi (1968) o del Manuale degli inquisitori (1996). Ma questa memoria, insieme totale e dispersa in un pulviscolo di particolari ferocemente e dolorosamente insensati, è una palude limacciosa e ingannevole, quasi una mostruosa pianta carnivora che divora eventi, uomini e parole." Definisce poi senza mezzi termini un "capolavoro" Arcipelago dell'insonnia (2008).

Nel concludere il ritratto dello scrittore premiato, Magris azzarda questa convinzione: "Credo che per lui vivere sia scrivere, solo scrivere, sempre scrivere, tessere un'enorme ragnatela di parole sperando di non poterne mai uscire; vivere per scrivere e scrivere per non vivere, costruire labirinti senza bisogno di un Minotauro al loro centro, perché la vita è piena di Minotauri, ce ne sono dappertutto pronti a divorare le vittime. Forse lo scrittore, nel labirinto delle sue parole, è proprio il Minotauro." Colpisce l'attenzione riservata dallo scrittore triestino al lavoro dei traduttori, cosa piuttosto rara, che volentieri citiamo: "Bisogna essere grati ai traduttori come Vittoria Martinetto e Rita Desti, sempre colpevolmente e ignorantemente trascurati, come accade a tutti i traduttori nella nostra incultura, che ci permettono di leggere in tutta la sua forza un grande scrittore visionario, dimostrando una creatività linguistica degna della sua." 

Lo scrittore Federico Pace, su MagazineRoma.it, oltre a diffondersi sull'opera di Lobo Antunes con ammirazione, lamenta la carenza di suoi libri tradotti in Italiano. Riprendiamo le parole testualmente, musica per le orecchie del nostro Blog che da sempre si spende per la divulgazione delle letteratura lusofona, sia in lingua originale sia tradotta. "A Percoto non sappiamo -osserva Pace- se si parlerà del mistero dei suoi libri mai arrivati in Italia. Del perché un autore così grande, così riconosciuto, così meritevole di entrare ogni anno nella lista dei candidati al Nobel, abbia un gruzzolo di libri che noi italiani non abbiamo mai avuto la possibilità di leggere". Quindi li elenca: "Memoria de Elefante, Fado Alexandrino, Livros De Cronicas, Nao Entres Tao Depressa Nessa Noite Escura, Segundo Livro de Cronicas, Eu Hei-de Amara Uma Pedra, Terceiro Livro de Cronicas, Ontem Nao Te Vi Em Babilonia, O Meu nome é Legiao, Que Cavalos Sao Aqueles Que Fazem Sombra no Mar, Sobolos Rios Que Vao, Quarto Livro de Cronicas, Comissao das Làgrimas, Nao E' Mei Noite Que Quer, Quinto Livro de Cronicas, Caminha Como Numa Casa em Chamas. Un bel numero davvero", commenta Pace.

Intervistato da Sebastiano Triulzi per Repubblica, Lobo Antunes fornisce dettagli sul duro lavoro dello scrivere che può rivelarsi utile per ogni aspirante scrittore: “Dedico alla scrittura -dichiara- mediamente dieci ore al giorno e per ogni libro impiego uno o due anni. Il processo più complesso è però la correzione, quanto cambi di ciò che hai scritto; perché un testo non è mai finito, c’è sempre un avverbio, un pronome, un articolo che non convincono. Così quando finalmente chiudo un libro provo un sentimento ambivalente: da un lato sento una specie di sollievo, dall’altro so che ho iniziato a perderlo”.

Alla curiosità dell'intervistatore su quando abbia capito di voler scrivere, Antunes risponde: “All’età di sei o sette anni. Mio padre era un neurologo, professore all’università, ed io il primogenito. Divenni psichiatra -spiega- perché non volevo essere un medico. L’unico mestiere che ho mai desiderato fare nella vita è però lo scrittore. Ho sempre saputo che non sarebbe stato facile, e infatti sono trascorsi molti anni prima che trovassi la mia voce. Ho pubblicato il mio primo libro (Memória de elefante, n.d.r.) a trentasei anni, e quasi fino ad allora la mia reazione era sempre la stessa: così non va. Riscrivevo in continuazione”.

venerdì 31 gennaio 2014

Brasile: Governo avvia operazioni anti-disboscamento nella terra degli Awá

Survival annuncia successo campagna lanciata il 25 aprile 2012


"Finalmente! Il Brasile avvia le tanto attese operazioni per salvare gli Awá". Così esulta Survival International - organizzazione mondiale totalmente dedicata ai popoli tribali e ai loro diritti - nell'annunciare il successo, seppure tardivo, di un'iniziativa per combattere il disboscamento illegale nei dintorni della terra awá, nell’Amazzonia brasiliana nord-orientale. Con un comunicato diffuso il 7 gennaio u.s. Survival ha reso noto che il Governo del Brasile ha avviato un’imponente operazione di terra per sfrattare gli invasori che si trovano all’interno del territorio della tribù, inviando centinaia di soldati, funzionari del dipartimento brasiliano agli affari indigeni (FUNAI), agenti speciali del Ministro dell’Ambiente e anche la Polizia.


L’operazione -commenta Survival- arriva in un momento decisivo poiché i taglialegna si stavano avvicinando sempre più agli Awá, distruggendo porzioni sempre più larghe di foresta. La denuncia di quel che avveniva, ad opera di coloni, allevatori e taglialegna illegali molti dei quali armati pesantemente, era nota da anni e si era tradotta nella grande campagna per salvare "la tribù più minacciata del mondo". Tale campagna era stata lanciata il 25 aprile 2012 dal premio Oscar Colin Firth con un video-appello sulle note del compositore brasiliano Heitor Pereira. “Stanno tagliando la loro foresta illegalmente, per il legno. Quando i disboscatori li vedono, li uccidono", denunciava Firth, aggiungendo: "Archi e frecce non hanno chance contro i fucili. E come altre volte nella storia, potrebbe finire tutto lì. Un altro popolo cancellato dalla faccia della terra, per sempre. Ma possiamo far sì -concludeva- che il mondo non lo lasci accadere".

Oltre all'attore britannico, si erano unite alla causa di Survival altre star internazionali, quali l'attrice statunitense Gillian Anderson, l’attore italiano Claudio Santamaria, il ciclista Andy Schleck, la stilista britannica Vivienne Westwood. Fondamentale, poi, l'apporto venuto dal fotografo brasiliano Sebastião Salgado che non ha certo bisogno di presentazioni e di cui "il diario portoghese" ha fatto un ampio ritratto nel post pubblicato l'8 giugno 2013. Salgado, assieme al giornalista e scrittore Alex Shoumatoff ha trascorso diverse settimane con gli Awá, per verificare e documentare l’allarmante distruzione della foresta da parte dei taglialegna armati.


Gli scatti di Salgado e la storia scioccante degli Awá -ricorda Survival- sono stati pubblicati da Vanity Fair, dal Sunday Times e dal giornale brasiliano O Globo, raggiungendo milioni di persone in tutto il mondo. Questo, in estrema sintesi, il quadro emerso e raccolto dai media: le terre degli Awá vengono distrutte a una velocità superiore a quella di qualunque altro territorio indiano dell’Amazzonia. Il Governo ha ignorato diversi ordini del tribunale che gli imponevano di espellere i taglialegna. Oggi sopravvivono solo 450 Awá, di cui un centinaio sono incontattati e si nascondono in un’area di foresta pluviale sempre più ristretta per sfuggire ai sicari che danno loro la caccia.

Sempre tra gli effetti della campagna, dopo il suo lancio, l'invio di oltre 55mila lettere al Ministro della Giustizia brasiliano per sollecitare un intervento e la diffusione del logo dell'iniziativa (la awáicon) in luoghi e monumenti di tutto il mondo: dal Pan di Zucchero in Brasile al Golden Gate di San Francisco, dalla Torre Eiffel di Parigi ai canali di Venezia. Di concerto con l’ONG brasiliana CIMI (Conselho Indigenista Missionário) era stata, inoltre, inviata un’istanza urgente alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani in cui si chiedeva di premere sul Brasile per salvare gli Awá.

Concludendo: grazie a questa campagna internazionale, già dal 2012 gli Awá erano stati inseriti in cima alla lista delle priorità del dipartimento brasiliano agli affari indigeni, anche se solo da pochi giorni si è passati all'opera mentre, nel frattempo, altre aree di foresta sono andate distrutte. Meglio tardi che mai? Lasciamo ai lettori una risposta e, per chi fosse interessato alla cronistoria della campagna di Survival sugli Awá, alleghiamo il link per soddisfare ogni curiosità.



giovedì 23 gennaio 2014

"Dalton Trevisan, un vampiro a Curitiba" di Francesco Cecchini

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto un interessante articolo da parte di Francesco Cecchini, in cui racconta la ricerca delle origini della sua famiglia in Brasile e della conoscenza con Dalton Trevisan, considerato uno degli scrittori brasiliani più importanti del panorama letterario contemporaneo. Nella convinzione che il suo articolo possa suscitare l'interesse dei nostri lettori, abbiamo deciso di pubblicarne l'incipit. Per chi volesse, potrà concludere la lettura sull'ultimo numero della rivista letteraria "Sagarana".  


"Dalton Trevisan, un vampiro a Curitiba"
di 
Francesco Cecchini


Anni fa presi un aereo da São Paulo, verso un sud vicino, a Curitiba, alla ricerca di un cognome, quello di mia nonna Margherita, Longhetto, nata in Brasile a fine ’800 da genitori che provenivano da Motta di Livenza. Come molti veneti che allora si erano sparsi negli stati di São Paulo, del Paraná o di Rio Grande do Sul, forse avevano ancora dei discendenti. Allora non esistevano internet né tanto meno Facebook, le ricerche andavano fatte sul campo. A Curitiba trovai una città ordinata e fredda, un centro senza automobili, molto verde, un brasiliano che capii meno di altri che si parlano in giro per questo paese, un Brasile diverso insomma. Ma nessuna traccia di Longhetto. Molti con il cognome della madre di mia moglie, Ravanello, ma i Longhetto, se mai vi erano stati, erano spariti.

Preso dalla mia ricerca non mi accorsi nemmeno che Curitiba è la città di uno dei più grandi scrittori brasiliani, Dalton Trevisan, anche lui, dal cognome probabilmente discendente da veneti. Trevisan lo conobbi quest’anno in quanto se ne parlò durante il mese del Brasile in Argentina. Molta musica e cinema brasiliano ed una mostra su cinquant’anni di architettura di Oscar Niemeyer. Ma saltò fuori anche il nome di Dalton Trevisan, per lo meno il 15 settembre, Silvina Friera ne scrisse su Página/12. Il titolo Un Salinger que no sale de Curitiba catturò la mia attenzione, per la città che ricordai e per il cognome, Trevisan che lessi sotto il titolo. Un cognome diffuso in Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Venni così a conoscenza dell’esistenza di questo scrittore. In Argentina la casa editrice Mardulce ha tradotto e pubblicato quest’ anno un suo libro “La trompeta del angel vengador” dopo che ben 37 anni fa era stato tradotto “Um vampiro a Curitiba”. Silvina Friera mette in luce nel suo articolo alcuni aspetti dello scrittore brasiliano.

Continua a leggere l'articolo su "La Lavagna del Sabato" del 18 gennaio, "Sagarana", N°54, gennaio 2014                                                                                                  

lunedì 20 gennaio 2014

Portogallo: polemiche sulla vendita all’asta della collezione Miró voluta dallo Stato

Petizione pubblica chiede di conservare il patrimonio ereditato da banca (BPN) fallita



L'asta che verrà battuta a Londra il 4 e 5 febbraio prossimi dalla prestigiosa casa Christie’s, non sarà un'asta come tante altre, visto il tam tam internazionale e le vivaci polemiche interne al Portogallo che l'hanno preceduta. Ad affidare alla casa d'aste londinese un'intera collezione dell'artista catalano Joan Miró, è infatti lo Stato Portoghese che ha urgente bisogno di fare cassa. La collezione composta da 85 opere di Mirò tra acrilici, disegni, guaches, sculture e pitture su tela realizzate nell'arco di sette decenni, è quel che resta del fallimento della banca privata Banco Português de Negócios (BPN) avvenuta durante la crisi del 2008 e della sua successiva nazionalizzazione, con la quale l'allora governo socialista di José Socrates si accollò un debito intorno a 1,8 mld di Euro.

Durante tutti i cinque anni trascorsi, i quadri e le sculture sono rimasti conservati in un magazzino della Caja General de Depositos di Lisbona e mai stati esposti al pubblico in terra lusitana, sebbene alcune delle opere siano state prestate all'estero, come in occasione della retrospettiva del Museo di Arte Moderna di New York (Moma) del 2009. Di recente al Ministero delle Finanze del Governo conservatore di Pedro Passos Coelho è venuto in mente il "tesoretto" nascosto e ha pensato di far cassa, così come farebbe un capo famiglia decidendo di vendere i gioielli di casa per arrivare a fine mese. La base d'asta è fissata in 35,5 mln di euro e già la cifra è un motivo di polemica. Esponenti della cultura sono insorti in coro, ricordando che una società di "auditing" coinvolta nella liquidazione di BPN stimò il valore della collezione fra gli 80 e i 150 milioni di euro, cifra di gran lunga superiore alla base d'asta.

Da questa premessa ad etichettare l'imminente liquidazione del patrimonio artistico acquisito tramite la nazionalizzazione della banca fallita come la "seconda spoliazione di un patrimonio di tutti i portoghesi, già chiamati a pagare il conto di BPN", il passo è breve. La Casa de la Libertad di Mario Cesariny, importante istituzione culturale portoghese, non ha perso tempo: ha promosso una petizione internet per bloccare l'asta giudicando l'operazione "dannosa e irreversibile", convinta che mantenere ed esporre al pubblico la collezione consentirebbe entrate "molto superiori a quelle che si pretende di ottenere dalla vendita delle importanti e insostituibili testimonianze della storia dell'arte mondiale".

Tale posizione è condivisa dai partiti di opposizione, decisi a battersi almeno per uno slittamento dell'imminente asta. Battaglia, questa, irta di difficoltà visto che il piano di salvataggio del Portogallo scade nel 2014 e l'urgenza preme. Sebbene 35,5 mln non siano sufficienti a ripianare il buco lasciato dalla vicenda legata al tracollo della banca, rappresentano tuttavia un'iniezione di risorse per il Paese, la cui fuoriuscita dal programma di crediti internazionali garantiti nel 2011 da Fmi, Bce e Unione Europea è ancora incerta. Ma che per il governo di Passos Coelho resta però -come noto-  un obiettivo irrinunciabile. Al contrario, non viene considerata una priorità da conservare, da parte dello Stato, la collezione dell'artista surrealista.


Quanto, appunto, alla collezione che il Governo intende liquidare, va detto che la stessa Christie’s la considera come "una delle offerte più ampie e impressionanti di Mirò mai messe su piazza". Basti segnalare che delle 85 opere fanno parte delle autentiche "chicche" quali: l'olio su tela del 1968 intitolato 'Mujer y pajaros', due motivi classici dell'artista (stimato fra i 4,7 e gli 8,3 milioni di euro); 'Pintura 1953', tela di grandi dimensioni (57 per 500 cm) in uno dei formati orizzontali che Mirò trasferì su materiali come la ceramica a grandi edifici pubblici (stimato fra i 2,99 e i 4,19 milioni di euro) e la tela 'Cancion de pajaro en otoño', che l'autore realizzò nel 1937 in Francia, dov'era fuggito in piena guerra civile spagnola (stimata fra i 2 e i 3 milioni di euro).