lunedì 18 gennaio 2016

Luíz Ruffato: quel bouquet di “Flores Artificiais” arrivatogli via posta da uno sconosciuto

I racconti di Dório Finetto trasformati nell’appassionante romanzo tradotto anche in italiano



Ammiratori dichiarati di Luíz Ruffato non perdiamo occasione di acquistare ogni suo libro arrivi finalmente in Italia. Così avevamo fatto la primavera scorsa con “Fiori Artificiali”. Ma, come si suol dire, il tempo è tiranno e solo da poco siamo riusciti a dedicarci alla sua lettura. Desideriamo parlarne coi nostri lettori, esprimere qualche sensazione affidandola al Blog senza pretesa alcuna di farne una recensione, il cui ruolo spetta ad altri. Magari col desiderio, questo sì, di contagiare col nostro entusiasmo altri appassionati lusofoni, pochi o tanti essi siano.

Partiamo da una confessione: perché intitolare il libro “Flores artificiais”?, ci eravamo chiesti. Come mai un titolo tanto criptico e indecifrabile? Senza leggerlo l’interrogativo sarebbe rimasto anche senza la risposta, che emerge poi in tutta chiarezza: non vi è titolo più azzeccato. Ruffato offre al lettore un bouquet di undici fiori, quanti sono i capitoli da cui è composto il romanzo incluse presentazione, postfazione e, soprattutto, una lettera. È proprio la lettera che impone di accostare alla parola Fiori l’aggettivo artificiali. Più volte, nel corso della lettura, il pensiero corre all’autore che immaginiamo aprire la busta indirizzatagli da uno sconosciuto e vorremmo sapere che reazione ha avuto: stupore? Irritazione? Forse solo il suo amato gatto (chiamato Federico Felino) avrà potuto coglierne l’espressione del viso. La busta contiene la lettera che tale Dório Finetto, originario della stessa zona del Minas Gerais che ha dato i natali a Ruffato e di cui si dichiara lontano parente, avanza una proposta quanto meno bizzarra.

Di fatto, l’autore della missiva porge a sua volta un simbolico mazzo di fiori al celebre scrittore, ovvero un manoscritto (“Viagens à terra alheia”) in cui ha raccolto una serie di episodi particolari della sua vita trascorsa negli angoli più disparati del mondo. Lasciato il Brasile dopo la laurea in Ingegneria, Finetto diventa consulente della Banca Mondiale nell’area delle infrastrutture e, tramite la sua attività fitta di spostamenti, gli capita di fare conoscenze tanto occasionali quanto fuori dal comune. Ha casa a Washington e conserva un alloggio anche a Rio de Janeiro, ma non ha famiglia, è solo e depresso. Su suggerimento della sua psichiatra mette per iscritto i ricordi ancora vivi di alcuni incontri e, ben lungi dall’idea di diventare scrittore, affida a un autore noto (che lui tuttavia non conosceva prima che gliene parlasse la sua terapeuta) tutte quelle pagine affinché ne faccia l’uso che preferisce. Ammesso che abbia tempo e voglia di leggerle.

Benché poco incline all’idea di farsi divulgatore di testi altrui, Ruffato accetta, complice anche la singolarità vuoi delle storie narrate vuoi dell’origine comune che lo lega a Finetto: la discendenza da famiglie venete emigrate a Rodeiro, lo stesso sperduto angolo del “continente” Brasile. Ecco perché il bouquet che firma Ruffato, riverniciando la trama (per usare l'espressione di Dório) e riformulando lo stile (per dirla con le parole dello scrittore) non è fatto di fiori freschi bensì artificiali.

Se è appassionante per il lettore balzare tra Paesi e Continenti immedesimandosi via via nelle diverse figure che popolano il racconto, talora così insolite da sembrare quasi immaginarie, è altrettanto lecito ritenere che questo viaggio sia stato appassionante pure per Ruffato. Impresa tutt’altro che semplice la sua come autore, visto che Finetto aveva stilato “Viagens à terra alheia” in tre lingue diverse: brasiliano, spagnolo e inglese. Così lo scrittore ha dovuto cercare di rendere omogeneo il linguaggio. L’operazione è riuscita tanto che anche in questo libro conserva intatto quel suo stile personalissimo cui deve, tra le molte, la consacrazione venutagli dal quotidiano O estado de São Paulo: «Un giorno ci si ricorderà di questo periodo come degli anni in cui comparve uno scrittore, chiamato Luiz Ruffato, che cambiò radicalmente la storia della letteratura brasiliana». Noi lo leggiamo tradotto in italiano da Giorgio De Marchis e Gian Luigi De Rosa, edito da laNuovafrontiera nella collana Liberamente.

Senza addentarci nelle storie e nelle tipologie dei personaggi sia per non farci sfuggire qualche inevitabile preferenza sia per non togliere la sorpresa -in questo caso il crescendo di sorprese dovremmo dire- limitiamoci a citare i luoghi delle varie ambientazioni: Argentina, Brasile, Cuba, Libano, Germania, Timor e Urugauy. Troppi luoghi e troppe distanze?  A dire il vero, sono ancora di più per via degli intrecci, delle diverse provenienze e del fiume di ricordi affiorati alla mente dei protagonisti. Manca un filo conduttore se i profili tracciati sono così eterogenei? Viene meno quel quid che caratterizza l’anima lusofona tanto ben descritta dall’opera di Ruffato? No: gli ingredienti ci sono tutti, si vola in Angola come in altre ex colonie, ci si scontra con gli spettri delle dittature e, soprattutto, la sensazione di sradicamento sottende all’intera narrazione. V’è pure un ingrediente brasiliano per eccellenza: l’alegria prorompente alternata alla saudade.

Perché il grande autore Ruffato e chi gli porge i personaggi, benché due sconosciuti, si ritrovano in perfetta sintonia grazie alle comuni origini. Se il primo dei due nei suoi precedenti libri ha ben descritto la sensazione di chi si sente straniero in ogni luogo, il secondo ne è il ritratto vivente. Il suo memoriale “Viagens à terra alheia” è anche il bilancio di un uomo irrimediabilmente solo, pieno di ricordi, che non ha veri amici e nessuno cui lasciare l’eredità o chi piangerà sulla sua tomba. Chissà se aver offerto a Luiz Ruffato tante pagine di vita vissuta diventate un romanzo -letto e apprezzato da migliaia di sconosciuti nel mondo- potrà riscaldare il suo prossimo arco di vita almeno quanto emozionerà chi avrà la fortuna di riviverle nel libro.

giovedì 7 gennaio 2016

Porto Editora: per i portoghesi è refugiado la “palavra do ano” 2015

Scelta dal 31% su 20mila partecipanti al sondaggio giunto alla settima edizione



Refugiado. Non stupisce che sia questa la parola scelta dai portoghesi come “palavra do ano” per il 2015. Non parliamo dell’intera popolazione portoghese, chiaro, bensì di quei 20mila che hanno partecipato all’ormai tradizionale sondaggio on line promosso da Porto Editora con l’intento di stabilire una graduatoria tra i vocaboli circolati maggiormente in rete nel corso dell’anno. I risultati sono stati annunciati durante una cerimonia svoltasi il 4 gennaio u.s. nella Biblioteca Municipal José Saramago a Loures, nel distretto di Lisbona. Refugiado ha registrato il consenso del 31% dei votanti, seguito da terrorismo col 17% mentre al terzo posto si è posizionato acolhimento col 16%. Decisamente distaccate le altre parole in lizza, composte da una rosa di dieci.  Esquerda è la quarta con l’8%, poi drone col 7%, plafonamento col 6%, bastão  de selfie col 5%, festivaleiro col 4%, infine superalimento col 3% a pari merito con privatização.

Come sempre i dieci vocaboli candidati vengono selezionati tramite un costante monitoraggio svolto da Porto Editora lungo l’arco dell’anno sui media, sulle reti sociali oltre che nei suoi vocabolari. Si tratta -come già specificato dal nostro Blog sui post relativi alle edizioni 2013 e 2014 - della maggior casa editrice portoghese, ben nota a chiunque studi o pratichi la lingua grazie al ventaglio di offerte educative proposte anche nel settore digitale, a partire dal celeberrimo dizionario Infopédia. Giunta ormai alla sua settima edizione, l’iniziativa ben si attaglia con l’identikit di Porto Editora, la quale dichiara di avere come principale obiettivo «sublinhar a riqueza lexical e o dinamismo criativo da língua portuguesa, património vivo e precioso de todos os que nela se expressam, acentuando, assim, a importância das palavras e dos seus significados na produção individual e social dos sentidos com que vamos interpretando e construindo a própria vida».

Non a caso, a ciascuna “palavra” selezionata per il sondaggio, Porto Editora affianca un’esauriente spiegazione sul perché della scelta e illustra il significato stesso della parola. Soffermiamoci almeno sulla prima classificata, così da avere un esempio concreto, attingendo direttamente dal sito ufficiale.

Refugiado. «O incremento de conflitos armados e a rápida desestruturação social nos países do Médio Oriente, particularmente na Síria, originou um êxodo massivo de pessoas que, deixando tudo para trás, na esperança de encontrarem um futuro melhor na Europa, arriscam a vida em processos migratórios altamente perigosos, e que muitas vezes têm um final trágico». E ancora: «re.fu.gi.a.do [rəfu'ʒjadu] adjetivo, nome masculino 1. que ou pessoa que se refugiou ou abrigou 2. que ou pessoa que abandonou o seu país para escapar a guerra, fome, condenação, perseguição, etc. e que encontrou refúgio noutro país. Particípio passado de refugiar». 

Spulciando tra i media portoghesi colpisce l’interesse destato dal sondaggio, come emerge dai commenti, non esenti tuttavia da osservazioni critiche. Il lettore di un giornale on line scrive «Que pena não haver votação para “inconseguimento”». Concorde con l’atteggiamento di delusione per quello che ritiene un mancato o un limitato accoglimento, quest’altro commento: «é a falta de palavra que devia de ser mais votada?» Palesemente contrario, invece, a ospitare i rifugiati si dichiara un altro lettore che così si esprime: «Refugiados? Diga antes migrantes ilegais». Del resto, tutto il mondo è Paese. Anche in Portogallo, come a casa nostra, si fronteggiano opposte posizioni al riguardo.

Il 13 settembre u.s. nell’ambito del “Dia Europeu de Ação aos Refugiados”, alla grande manifestazione di Lisbona confluita in Praça Marquês de Pombal dopo aver percorso Avenida da Liberdade fino al Terreiro do Paço, cercò di opporsi una contro manifestazione organizzata dal Partido Nacional Renovador tanto che la Polizia dovette separare i due gruppi. A scontri fortunatamente evitati, della giornata resta vivo il ricordo di quel migliaio di cittadini autoconvocatisi tramite reti sociali sotto il nome di “Movimento de cidadãos” che sfilavano esibendo eloquenti cartelli con scritte come “bem-vindos refugiados” e “fronteiras não, somos todos irmãos”.


Per saperne di più: http://www.palavradoano.pt

lunedì 28 dicembre 2015

“Natal das Ilhas”: Vitorino Nemésio ci porta in vacanza alle Azzorre con la poesia

Nato a Praia da Vitória, è tra le figure più rappresentative della cultura portoghese del XX secolo


Le isole Azzorre, parte integrante e al tempo stesso originalissima della cultura portoghese, sono nel cuore del nostro Blog che spesso ne ha parlato prendendo spunto dalle figure di alcuni azzorriani particolarmente interessanti. Pur sapendo che non  si tratta di un paradiso tropicale e pertanto risulta difficile inserirle tra le mete per le vacanze natalizie, scegliamo di andarci comunque, seppure idealmente. A trasportarci nello spirito dell’arcipelago composto da quelle nove isole che il regista portoghese Gonçalo Tocha considera “barche ferme in mezzo all’oceano”, sarà un azzorriano considerato tra le figure più rappresentative della cultura portoghese del XX secolo. Si tratta di Vitorino Nemésio, nato a Praia da Vitória nell’isola di Terceira il 19 dicembre 1901 e morto a Lisbona il 20 febbraio 1978.

Soprattutto poeta - nel senso che si dedicò alla poesia ininterrottamente dal 1916 al 1976 - Nemésio fu anche romanziere, giornalista, biografo, filologo, storico della letteratura, ricercatore, docente universitario, conferenziere e persino comunicatore televisivo apprezzato. Tra i molti riconoscimenti ottenuti, spiccano il Prémio Nacional de Literatura del 1966 e il prestigioso Prémio Montaigne del 1975. Senza addentarci nella molteplicità della sua opera ed esplorare nella sua ricca biografia dove alla cultura si affianca pure l’umanista che tutti riconoscono come suo tratto distintivo, con questo nostro post ci concentriamo sul Nemésio capace di conservare intatta la sua origine azzorriana nonostante i lunghi periodi trascorsi lontano dalla terra natale, non solo in Portogallo, anche in Francia, Belgio e Brasile.

Del resto, definì egli stesso il concetto di “Açorianidade” nel 1932 e la sua definizione fu ampiamente divulgata in contesti differenti, sia in ambito di studi letterari sia in ambito politico. Ecco cosa scriveva Nemésio sul numero speciale di Insula, rivista edita a Ponta Delgada -São Miguel, uscito in occasione del V centenario della scoperta delle Azzorre: «(...) Quisera poder enfeixar nesta página emotiva o essencial da minha consciência de ilhéu. Em primeiro lugar o apego à terra, este amor elementar que não conhece razões, mas impulsos; e logo o sentimento de uma herança étnica que se relaciona intimamente com a grandeza do mar.Um espírito nada tradicionalista, mas humaníssimo nas suas contradições (...) Uma espécie de embriaguez do isolamento impregna a alma e os actos de todo o ilhéu, estrutura-lhe o espírito e procura uma fórmula quási religiosa de convívio com quem não teve a fortuna de nascer, como o logos, na água (...)».

Emblematico, sempre a proposito del suo indissolubile legame con le isole, citare “Mau Tempo no Canal”, romanzo su cui aveva cominciato a lavorare già dal 1939 ma che fu pubblicato nel 1944, anno in cui fu insignito del Prémio Ricardo Malheiros promosso dall’Academia das Ciências de Lisboa. Il “canal” cui fa rifermento il titolo è il braccio di mare che separa Faial e Pico, due delle isole in cui si svolge la storia oltre a São Jorge, mentre la città protagonista è Horta nella costa su-est dell’Ilha do Faial. Ambientato negli anni tra il 1917 e il 1919, il romanzo fotografa le relazioni tra le famiglie di diverse condizioni sociali, con le loro regole e convenzioni, le loro rivalità e le complicità. Descrive la società dell’epoca con una peculiarità legata alla dimensione isolana, talmente piccola e limitata da far apparire ogni cosa, per contro, esagerata. Secondo David Mourão-Ferreira (in “O Essencial sobre Vitorino Nemésio”, p. 38) si tratta dell’opera romanzesca «mais complexa, mais variada, mais densa e mais subtil em toda a nossa história literária».
E adesso, finalmente, lasciamo che la sua poesia faccia sentire un po’ azzorriano in queste vacanze di Natale anche chi la legge:


NATAL DAS ILHAS

À Maria e ao Manuel Pinheirinho, primos-irmãos

Natal das Ilhas. Aonde
O prato do trigo novo,
A camélia imaculada,
O gosto no pão do povo?
Olho, já não vejo nada.
Chamo, ninguém me responde.
Natal das Ilhas. Serão
Ilhas de gente sem telha,
Jesus nascido no chão
Sobre alguma colcha velha?
Burra de cigano às palhas,
Vaca com língua de pneu,
Presépio girando em calhas
Como o elétrico, tu e eu.
Natal das Ilhas. Já brilha
Nas ondas do mar de inverno
O menino bem lembrado,
Que trouxe da sua ilha
O gosto do peixe eterno
Em perdão do seu passado.

Vitorino Nemésio


Poemas Portugueses 

mercoledì 9 dicembre 2015

Disastro Rio Doce Minas Gerais: per Salgado “É a maior tragédia ambiental do Brasil”

Il grande fotografo filantropo lancia proposta Fondo di conservazione con la sua Ong Instituto Terra


“É a maior tragédia ambiental do Brasil”. Così Sebastião Salgado sintetizza quanto avvenuto il 5 novembre scorso proprio nel Minas Gerais, sua terra natale, ossia lo sversamento di 62 mln di metri cubi di fanghi tossici seguiti al crollo di due dighe che contenevano le attività estrattive di un’enorme miniera di ferro. L’ondata gigantesca, dopo aver sommerso il villaggio più vicino -Bento Rodrigues a Mariana- ha invaso il Rio Doce, fiume che coi suoi 850 km di lunghezza arriva fino all’Oceano Atlantico, contaminando nel suo percorso le coste. Flora e fauna ittica di Rio Doce e dei suoi affluenti sono andati distrutti. Se fortunatamente il numero delle persone tra morti e dispersi è contenuto in poche decine, almeno un milione di abitanti dell’enorme zona contaminata (circa 100 km di raggio dal punto del crollo delle dighe) è rimasta senza acqua potabile.

La notizia di quella che è stata definita la “fukushima brasileira” benché in questo caso non c’entrino le centrali nucleari, ha tardato ad arrivare in Europa ed è stata offuscata dall’attentato al Bataclan di Parigi che monopolizzava i media in quelle giornate. Sebastião Salgado, che  si trovava in Cina, è rientrato nel Minas Gerais il 10 novembre per constatare di persona l’accaduto. Va ricordato che alla sua attività di reporter ha affiancato quella di filantropo ambientalista dando vita nella fine degli anni ‘90 all’Instituto Terra, una Ong dedita alla riforestazione della cosiddetta “mata atlantica” che include progetti di sviluppo nel rispetto del territorio su un’area di oltre 700 ettari. All’Istituto Terra, attivo proprio nelle valli del Rio Doce e di Espirito Santo ora contaminate dai fanghi tossici, Salgado ha destinato gran parte degli introiti provenienti dal suo lavoro.

Chi meglio di un “mineiro” par suo potrebbe commentare le sensazioni di fronte all’accaduto in una terra che gli ha dato i natali e cui dedica ogni sforzo per conservarla? Toccanti le dichiarazioni rilasciate alle principali testate brasiliane che non hanno esitato a sollecitarlo al riguardo. Estrapoliamone qualcuna. A Em.com. br. Gerais ha detto:« Quando a gente vê fotos ou pela TV, não tem noção do que é realmente. Mas aqui, pessoalmente, estou chocado. É terrível ver a água avermelhada, como se fosse um gel, os peixes mortos. É uma morte biológica brutal. Nunca ia imaginar que no rio em que nadei tanto na minha infância, hoje não consigo nem colocar a mão.»  A EL PAÍS ha dichiarato di aver assistito a «um dos espetáculos mais terríveis da minha vida. Todos os peixes do rio, todos, todos, sem exceção, mortos. Não existe mais oxigênio na água do rio».

Ma Salgado non si è fermato davanti allo sconforto e alla desolazione. Senza perder tempo ha avanzato  un progetto di conservazione da attuare tramite Instituto Terra - l’unica istituzione con progetti rivolti alla valle del Rio Doce - che ha presentato sia ai governatori di Minas Gerais e di Espirito Santo, sia al presidente Dilma Roussef. L’idea è di creare un Fondo di risorse finanziarie sovvenzionate dalle imprese responsabili del disastro (la società Samarco, una joint venture tra la brasiliana Vale e l’anglo-australiana Bhp Billiton che gestisce la miniera) che permetta, con adeguato controllo sociale, di facilitare il ripristino delle condizioni di vita esistenti prima del “desastre em Mariana”  nella zona colpita.

Deve trattarsi di un Fondo perpetuo destinato al valle del Rio Doce. Il perché lo spiega lo stesso Salgado: «Isto porque, além das vidas perdidas, houve grandes danos materiais, redução de postos de trabalho, redução de fontes de renda como a pesca, perda de arrecadação para as cidades, ademais da necessidade de recuperação da fauna, flora, do solo e da água». L’autore dell’indimenticabile opera “Genesis” mette al primissimo posto degli interventi del Fondo il recupero di quante più possibili tra le 377mila fonti sorgive possedute dal bacino del Rio Doce e annuncia che già è pronto a partire un progetto pilota per recuperarne mille. Ma occorre ottenere i soldi necessari per mettere in pratica l’intero progetto, decisamente a lungo termine, i cui frutti sarebbero visibili solo in due o tre decenni. Ecco perché, a quello ormai riconosciuto come il  più grande fotografo del mondo, non resta che ammettere: « Hoje é muito mais importante eu lutar por esse fundo que fazer fotos» .

Per saperne di più:

domenica 29 novembre 2015

80 anni fa moriva a Lisbona Fernando Pessoa, 100 anni fa nasceva la rivista “Orpheu”

Si celebra sia il poeta dai molti eteronimi sia l’avvento del modernismo portoghese-brasiliano


Sono trascorsi 80 dalla scomparsa di uno dei più rappresentativi poeti, narratori e aforisti del XX secolo. Il 30 novembre 1935 moriva infatti all’Hospital de São Luís dos Franceses di Lisbona Fernardo Pessoa, dopo essere stato ricoverato d’urgenza per una pancreatite acuta. Nato nella capitale portoghese il 13 giugno 1888, aveva solo 47 anni. Certi che Pessoa -come i suoi celeberrimi eteronimi Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro- siano arcinoti ai lettori del nostro Blog, con questo post ci limitiamo a rendergli un riconoscente omaggio. Non mancano le iniziative per ricordarne la figura e l’opera. Un’opera vastissima e celebre a livello mondiale soprattutto grazie proprio agli eteronomi, protagonisti indiscussi della sua narrazione letteraria: oltre a quelli più noti sopra citati e all’altrettanto noto semi eteronimo Bernardo Soares, dallo studio dei suoi innumerevoli manoscritti ritrovati (“un baule pieno di gente”, per dirla con Tabucchi) sembra essere emerso un numero di cosiddetti “fittizi” intorno ai 130 e destinato forse ad aumentare via via che si approfondirà la ricerca.

Indipendentemente dal numero degli eteronimi, la peculiarità di Pessoa resterà impressa nella storia della letteratura per una capacità senza eguali di vivere sia la propria vita sia molteplici vite immaginarie, tanto che il suo traduttore e ammiratore Antonio Tabucchi nella prefazione al libro “Una sola moltitudine” -Volume I/mo (Adelphi 1979) si chiede addirittura: “E se Fernando Pessoa avesse finto di essere Fernando Pessoa? Le prove -continua- non le avremo mai”. “Credo che Pessoa -aggiunge ancora Tabucchi- sia il personaggio più straordinario della letteratura. Su di lui regnerà sempre il mistero, un mistero tanto più grande quanto più lo sentiamo vicino a noi, eppure così lontano, inarrivabile”.

Quanto all’anniversario della morte, va detto che quest’anno la commemorazione è amplificata dalla coincidenza col 100/mo anniversario della nascita della rivista “Orpheu”, di cui Pessoa fu una prestigiosa firma assieme ad altri poeti di spicco come Mário de Sá-Carneiro, Alfredo Pedro Guisado, Armando Côrtes-Rodrigues, Ângelo de Lima e Raul Leal. Collaboratore prezioso della rivista fu anche lo scrittore-pittore Almada Negreiros. Nonostante la sua brevissima vita -ne uscirono solo due numeri- “Orpheu” lasciò un’impronta intellettuale molto forte iniziando quel movimento modernista portoghese-brasiliano che riuniva letterati e artisti noto sotto il nome, appunto, di “Geração de Orpheu”.

Fra le celebrazioni promosse nel mondo lusofono, quelle su cui ci concentriamo benché per la sua statura l’autore portoghese sia conosciuto e omaggiato in ogni dove, da segnalare che la Fondazione Saramago assieme alla Casa Fernando Pessoa ha organizzato a Lisbona un programma itinerante di letture in strada oltre a performance teatrali al Teatro São Luiz e al Teatro da Cornucopia nel Bairro. Il giorno 30, ingresso libero alla Casa che porta il suo nome. Voluta dalla Câmara Municipal de Lisboa e inaugurata nel 1993, la Casa è situata in campo de Ourique, il bairro dove il poeta trascorse gli ultimi 5 anni. Vero e proprio centro culturale grazie a biblioteca ricca di 1200 titoli, auditorium, sale espositive in cui sono raccolti oggetti personali e d’arredo appartenuti a Pessoa ora patrimonio municipale, la Casa -leggiamo sul sito ufficiale- si presenta a chiunque venga a visitarla come “um pequeno universo polivalente” e la sua stessa architettura trasporta il visitatore nel “labirinto pessoano”.

Tra gli oggetti di culto della cui vista possono godere i suoi ammiratori: la macchina da scrivere, il comò, numerosi blocchi di appunti e i famosi occhiali da cui non voleva mai separarsi come testimoniano i suoi ritratti. Non a caso, altra forte attrazione per gli appassionati è il suo celeberrimo ritratto realizzato da Almada Negreiros nel 1954, di forte significato simbolico in quanto congiunge idealmente i due esponenti della “Geração de Orpheu”. Per i 100 anni della “revista extinta e inextinguível” -come recita la presentazione delle celebrazioni- il quadro è stato ricollocato in uno spazio privilegiato, in modo da poter osservato in ogni suo dettaglio, da ogni punto di vista.

Non meno sentito è il duplice anniversario in Brasile dove tra le numerose iniziative ci hanno colpito sia l’esposizione internazionale “Nós, os de Orpheu” nell’ambito della 11/ma edizione di “Fliporto – Festa Literário Internacional de Pernambuco” di Olinda dedicata specificamente alla  portata di rinnovamento culturale della rivista, sia la Mostra allestita nel Museu do Estado de Pernambuco (MEPE) di Recife intitolata “Fernando Pessoa – uma coleção”. Questa mostra costituisce un’occasione rara per i visitatori in quanto viene esposta la collezione personale dell’avvocato e scrittore pernambucano José Paulo Cavalcanti, autore del volume “Fernando Pessoa - Uma Quase Autobiografia” (Editora Record, 2011) con cui si è aggiudicato il prestigioso Prêmio Jabuti 2012 nella categoria autobiografie.

venerdì 6 novembre 2015

Luaty Beirão: rapper dissidente angolano interrompe sciopero della fame dopo 37 giorni spinto da mobilitazione sostegno

Graffiter Slap lo ritrae sul “muro das Amoreiras”. Scrittori lusofoni in campo pro 15 attivisti, l'appello di Chico Buarque


Chi si aggira in questi giorni nel quartiere della street art a Lisbona, non può far a meno di notare un volto sofferente con il capo cinto da una corona di spine. A catturare lo sguardo dei passanti ci ha pensato il graffiter portoghese Slap dipingendo sul “muro das Amoreiras” il ritratto di Luaty Beirão in sostegno alla lotta per la libertà di espressione che il rapper dissidente portoghese-angolano sta realizzando in maniera tanto pacifica quanto estrema. Beirão fa parte del gruppo dei 15 attivisti arrestati e incarcerati dalle forze di polizia a Luanda tra il 20 e il 24 giugno, dopo aver partecipato a un incontro politico che dibatteva sulla presidenza di José Eduardo dos Santos  -in carica ormai da ben 36 anni- da tempo fonte di vivaci critiche in atto nel Paese africano. L’accusa mossa ai giovani è di aver pianificato un attentato contro il Presidente in carica, mirando a un colpo di stato.

Dopo grandi traversie, lungaggini burocratiche avvolte nel silenzio e una situazione carceraria di isolamento, il rapper famoso col soprannome “Ikonoklasta” ha iniziato il 20 settembre scorso lo sciopero della fame per protestare contro la carcerazione preventiva protrattasi oltre i 90 giorni previsti dalla legge. La vicenda non può non far venire alla mente la somiglianza con quella di Bobby Sands, l’attivista politico nordirlandese che morì in prigione nel 1981 all’età di 27 anni dopo 66 giorni dall’avvio di questa forma di protesta per le condizioni carcerarie.

Fortunatamente per Luaty, 33 anni, il pericolo di vita è scongiurato. Dopo 37 giorni, grazie alle molteplici manifestazioni di sostegno ricevute, il musicista-attivista ha sospeso lo sciopero mentre era ricoverato in una clinica di Luanda in seguito a un malore subito in carcere dove però aveva chiesto di rientrare rifiutando trattamenti diversi da quelli riservati al resto del gruppo. Nel dare l’annuncio tramite una lettera inviata al giornale Rede Angola, il rapper ha ribadito la sua innocenza e lamentato la mancata risposta alla richiesta di poter aspettare il processo da libero cittadino. «Só posso esperar - ha scritto dal letto dell’ospedale- que os responsáveis do nosso País também parem a sua greve humanitária e de justiça. De todos os modos, a máscara já caiu. A vitória já aconteceu».

Tornando al murale che ritrae Luaty, da cui eravamo partiti, a lato del volto spicca questa significativa frase tratta dalla canzone “Redemption Song” di Bob Marley: “How long shall they kill our prophets while we stand aside and look?”. Il graffiter Slap ha spiegato all’agenzia Lusa di essersi messo all’opera dopo aver appreso che il processo ai 15 attivisti inizierà solo il prossimo 16 novembre e aver considerato l’annuncio “como uma sentença de morte antecipada”. Per Slap il suo «è um mural para dar força à luta dele, que é por liberdades e direitos. Uma luta que devia ser de todos nós».

Benché in Italia la vicenda abbia avuto scarsa eco, come del resto le notizie dell’Angola in generale, va detto che in Portogallo la mobilitazione invece è forte. Soprattutto a farsi sentire è stata la voce di scrittori: uno dei più attivi è senz’altro l’angolano José Eduardo Agualusa che dalle pagine del quotidiano brasiliano O Globo ha dedicato all’amico Luaty una struggente “carta de amor” e in un articolo del settimanale portoghese Expresso ha sentenziato: «A cada hora que passa, à medida que se deteriora o estado de saúde de Luaty, deteriora-se também a imagem de José Eduardo dos Santos». Non meno esplicito l’altro celebre scrittore angolano Ondjaki -già  vincitore del Prémio José Saramago 2013- il quale in un’intervista all’emittente radiofonica portoghese TSF, premesso di sentirsi «triste e envergonhado» ha aggiunto tra l’altro che: «Não há clareza da parte da justiça» e «não é possível que o governo continue a não ouvir tantos pedidos de justiça humana».

Nella fitta rosa di scrittori che hanno speso parole in favore degli attivisti angolani incriminati si inserisce anche il recentissimo vincitore del Prémio José Saramago 2015, Bruno Vieira Amaral, che a Luaty Beirão ha dedicato il premio e nel riceverlo ha affermato: «Não é concebível que alguém esteja preso pelas suas ideias». Restando in casa Saramago aggiungiamo la voce di Pilar Del Rio, vedova e traduttrice del Premio Nobel 1998 che, a nome della Fundação José Saramago di cui è presidente, ha inviato una petizione al Presidente dell’Angola Eduardo dos Santos sollecitando la liberazione di tutti i giovani arrestati. Da segnalare, infine, la scrittrice portoghese Dulce Maria Cardoso che ha approfittato del suo intervento a Encontros da Lusofonia- svoltosi a Parigi presso la Fondazione Gulbenkian- per denunciare le incongruenze in seno al mondo lusofono. «Se nos mantivermos calados em relação a Luaty Beirão, discutir a lusofonia -ha dichiarato- corre o risco de se tornar num obsceno entretenimento de colonizadores e seus cúmplices».

Intanto, dall’altro lato dell’oceano, scendeva in campo persino il musicista brasiliano Chico Buarque de Hollanda facendosi promotore di questa importante petizione per l’intervento del Governo portoghese cui hanno prontamente aderito personalità della cultura. Un appello, quello di Chico Buarque, giunto a proposito visto che anche esponenti politici e rappresentanti del governo portoghese si stanno mobilitando col serio rischio di incrinare le relazioni diplomatiche con l’ex colonia. Non a caso la visita dell’ambasciatore João da Câmara, intrattenutosi con Luaty per circa 20 minuti forte anche della doppia nazionalità del rapper, è stata fortemente criticata dal giornale statale Jornal de Angola. In un editoriale domenicale attribuito al direttore, la visita viene definita un precedente grave in quanto sul cittadino Beirão “pendem acusações gravíssimas”. Lo stesso editoriale definisce pertanto corretta la decisione del Governo angolano di sospendere “a parceria estratégica com Portugal”.

Che la tensione tra i due Paesi stia salendo lo confermano via via le notizie in arrivo. Un esempio, tra gli ultimi emersi: l’ambasciatore angolano José Marcos Barrica, riferendosi sia alla forte attenzione mediatica sulla vicenda sia alle manifestazioni pubbliche di solidarietà -vedi quella con centinaia di persone riunite  nella  “praça do Rossio” a Lisbona- ha accusato il Portogallo di utilizzare il caso dei 15 attivisti incriminati come «pretexto para diabolizar Angola» ed ha ironizzato sul fatto che nel Paese si parli più di Luaty che di Papa Francesco.

Della vicenda si è fatta carico Amnesty International, l’Organizzazione che dal 1961 si batte in difesa dei diritti umani. Sul sito della sezione italiana di Amnesty trovate l'appello cui è possibile aderire: Angola- 15 attivisti in carcere, uno di loro in condizioni critiche. Per chi volesse ascoltare un brano tra i più noti composti da Luaty Beirão suggeriamo «sono un kami­kaze ango­lano e que­sta è la mia mis­sione».