sabato 22 settembre 2012

Antonio Tabucchi: un ricordo in sei appuntamenti (2° incontro)

 
Lunedì 24 settembre, a Pisa (Palazzo Boilleau, via S. Maria 85), si terrà l'incontro “Adamastor e dintorni. Tabucchi, Pisa e la filologia”, in ricordo dello scrittore scomparso. Grazie alla generosità della vedova dello scrittore, Maria José De Lancastre, verrà inoltre letto il brano inedito “Quaderno greco”.
 
L’iniziativa è nata dalla volontà di toccare le molte corde dell'universo tabucchiano in un itinerario distribuito nel tempo portando il suo ricordo nelle università italiane più care allo scrittore e lusitanista: Siena (dove ha insegnato negli ultimi anni), Pisa (dove ha studiato), Bologna (la sua prima sede istituzionale), Genova (dove fu docente negli anni Ottanta), Milano e Venezia.
 
Interverranno: Valeria Bertolucci Pizzorusso, Remo Ceserani, Giuseppe Di Stefano, Francesco Guazzelli, Giuseppe Marcocci, Bruno Mazzoni, Sandro Martinengo, Thea Rimini, Salvatore Settis, Mauro Tulli, Valeria Tocco e Maria José De Lancastre.
 
Visualizza il  programma completo.

lunedì 17 settembre 2012

Novità da Cavallo di Ferro: "Una giornata con Tabucchi", ricordo di un amico che non c'è più


Il 24 settembre prossimo Antonio Tabucchi avrebbe compiuto 69 anni. In omaggio al grande scrittore, scomparso a Lisbona lo scorso 25 marzo, la casa editrice romana Cavallo di Ferro pubblica un libro in cui alcuni suoi amici scrittori (Paolo Di Paolo, Dacia Maraini, Romana Petri Ugo Riccarelli) - attraverso racconti inediti, lettere, testimonianze, conversazioni - lo ricordano, narrando il legame che avevano con lui. 

Con affetto e un po' di nostalgia, i suoi amici aprono per noi le porte su un Tabucchi intimo e sconosciuto: così, ripercorrendo nella memoria momenti trascorsi in sua compagnia e scambi di idee, lasciano che appaia fra le pareti della sua casa di Vecchiano in Toscana, nel suo salotto di Lisbona, ai fornelli dove era davvero bravo, magari intento a cucinare una ribollita, e ancora al telefono in piena notte, o in viaggio. Ognuno di questi quattro amici lo evoca a suo modo; con uno scritto inedito, una testimonianza personale, un'immagine del primo incontro. Il risultato è un racconto a più voci, commosso e mai cattedratico, per onorare il grande autore italiano che, richiamato indietro dalle parole di amici e colleghi, ricompare come fosse la presenza fantasmatica di una delle sue storie. Ma con lui si manifesta pure l'uomo Tabucchi, con le sue stravaganze e debolezze, capace di grandi amicizie e slanci di generosità e al contempo di lunghi momenti di assenza, come quando - racconta Paolo di Paolo - spariva per un po' per riapparire, poi, come se il tempo non fosse mai passato o fosse stato l'altro, e non lui, a non farsi più sentire.
Il vuoto lasciato è difficile da colmare. Rimangono le sue opere e la forza del suo pensiero, eterno, capace di resistere al tempo e agli scherzi della memoria. Rimangono le sue idee, le convinzioni, intatte e adamantine, che in questo volume è possibile riascoltare - dalla sua viva voce e da quell'altrove che lui più volte aveva esplorato - grazie all'intervista, fino ad oggi inedita, rilasciata a Carlos Gumpert.

Un dono per tutti noi lettori: assistere, ancora una volta, al suo ironico, pungente, divertito e instancabile ragionare sul mondo e sulla letteratura.

Una giornata con Tabucchi, Cavallo di Ferro, Roma, 2012 (120 pagine, 12.90 euro).

Sul portale Rai Letteratura trovate il video dell'intervista in cui Paolo Di Paolo regala il suo personalissimo ricordo di Antonio Tabucchi, mentre sul sito del quotidiano Il Messaggero potete leggere in anteprima il testo di Dacia Maraini


venerdì 7 settembre 2012

"L'uomo dallo stecchino in bocca" di João Melo: un racconto

La casa editrice Urogallo fa un regalo ai suoi lettori e dà loro la possibilità di scaricare gratuitamente dal sito gli estratti dei libri in pubblicazione. Incuriosite da questa bella iniziativa, siamo rimaste piacevolmente sorprese dalla prosa eclettica, verbosa, a tratti sconnessa di un autore angolano, quasi completamente dimenticato dal panorama italiano: João Melo. Vi proponiamo uno dei quattro racconti della raccolta L’uomo dallo stecchino in bocca, certi di incontrare il vostro interesse, sebbene l’immediatezza comunicativa e la prosa tagliente del nostro autore richiedano di certo uno sforzo per apprezzarne il valore.  

Cazzo!

Un Paese in cui se dici “Touareg” si pensa a una “macchina da amante” non è un Paese! Ovviamente non sono stato io a dirlo. È anche vero che, non è stato nessuno a dirlo, visto che una delle virtù tipiche degli angolani, è quella di essere discreti e di sapersela cavare. Questo ha permesso loro di sopravvivere a tutte le sventure che, nei secoli, li hanno costantemente perseguitati. Intanto, non riporterò qui tali sciagure poiché, come mi ha garantito una stimata professoressa, la letteratura non si può limitare a essere una mera trascrizione della realtà. Inoltre, ciò che per qualcuno è sfortuna da altri può essere considerato un giusto e meritato castigo. Chi può comprendere in modo pieno e soddisfacente i meandri della mente umana? Allora scrivo: lo sfogo si limitò a svolazzare dentro la testa del vecchio Zacaria, come un uccello del malaugurio, quando vide scendere elegantemente dalla jeep verde bottiglia, lucidata a specchio quella mulatta slanciata, dalla chioma fulva, con le labbra scarlatte, gli occhi scuri, l’abito che le scivolava morbidamente sul corpo e le scarpe alte e sottili. La scena scorse lentamente, come in un film al rallentatore ed ebbe un impatto olistico: tutt’intorno, gli uomini si fermarono e si concentrarono sulla straordinaria figura che sembrava uscita da un universo sconosciuto; le donne si sentirono stranamente violentate e persino i cani smisero di abbaiare. Fra i denti, il vecchio Zacaria mormorò con esitazione una parolina proibita, che il decoro mi impedirebbe di scrivere nel testo: «Cazzo!» Si dice che da quel giorno il vecchio Zacaria impazzì definitivamente. Niente di tutto ciò. Niente di tutto ciò. Ancora una volta, non sono stato io a proferire questa frase piena di angoscia. Il suo autore è Romero O Kota, al quale adesso cedo la parola. Agisco – devo dirlo – con le migliori intenzioni, poiché, credetemi, fare il narratore non è facile. Siamo malvisti da tutti. Alcuni pensano che abbiamo qualcosa a che fare con l’autore, quando questi, per regola generale, altro non è che un povero disgraziato, come nel mio caso. Cerco di spiegare chiaramente che, quando scrivo, sono posseduto da una sorta di spirito che desidera soltanto la mia disfatta, ma nessuno crede nella mia innocenza. Altri giurano e spergiurano che cerco vigliaccamente di nascondermi dietro ai personaggi. Cito Jorge Amado e Agualusa per affermare che sono i personaggi a comandare la narrazione, ma, dato che i lettori non conoscono nessuno di questi notevoli scrittori, mi accusano di essere un bugiardo compulsivo. Ripeto: la vita del narratore non è per nulla facile. D’altronde, non a caso, l’opinione pubblica afferma perentoriamente che la bugia è come la valanga; più rotola, più s’ingrossa. Odio questa presunta verità, anche perché nulla posso contro di lei. È difficile affrontare verità presunte.

Ora, la parola a Romero O Kota. Conobbi Zacaria alla vecchia Fazenda e Contabilidade. Un funzionario esemplare. Adesso pare una banalità. Le parole, a forza di ripetizioni, perdono l’anima. I comizi sono sempre grandiosi. I capi sono sempre chiaroveggenti. I mariti, alla loro morte, vengono ricordati per essere stati in vita oculati capi di famiglia. Una volta non era così. Ma Zacaria era davvero esemplare. Non fu mai promosso direttore dei servizi solo perché era nero. Per questo, non gli piacevano le ingiustizie. Non lo sapeva nessuno. Soltanto io. Zacaria era legato alla rete clandestina che appoggiava la guerriglia della 1° Regione. Nascondeva in casa sua, nel Bairro dos Saiotes, a Luanda, dei guerriglieri che penetravano furtivamente in città, alla ricerca di viveri. Regolarmente, nei fine settimana, andava fino a Caxito, ufficialmente per fare un picnic con la famiglia ma, nel cammino, si incontrava coi guerriglieri. Quando la PIDE lo scoprì, Zacaria venne catturato. Si fece tre anni di galera. È questo che lo ha lasciato frastornato. Mi ricordo come se fosse oggi il giorno in cui uscì. Accompagnai sua moglie, che lo era andato a prendere al carcere di São Paulo. Si abbracciarono silenziosamente. Poi, mi strinse la mano. Invece di un sorriso, giuro che vidi sulla sua bocca, in sordina, una parola che non avevo mai sentito prima: «Cazzo!». Non fu la prigione che lo fece impazzire, nossignore. Quando lo conobbi, parlava già a vanvera. Ma era un grande ipocrita… Sembrava tutto perfettino, ma dalla sua bocca usciva tutto e niente… Addirittura, a volte, sobbalzavo alle parolacce che diceva… Quando tornava dal lavoro, farneticava sempre… Quando scopavamo (scusatemi ma, sinceramente, non abbiamo mai fatto l’amore), diceva: «Cazzo! Cazzo! Cazzo!» Non sbagliatevi: le inusitate rivelazioni già citate le ha fatte la moglie del vecchio Zacaria; la quale aggiunge anche quest’altra citazione estratta dal repertorio escatologico del marito: «Quando se ne vanno questi coloni di merda?». Questa domanda era sempre sulla sua bocca. Penso che sia per questo che era mezzo suonato. Sì, è vero, era anche un funzionario esemplare. Il suo capo, un bianco di Trás-os-Montes, diceva che era un nero civilizzato. Addirittura lo invitò a una festa. Ma Zacaria non ci andò. Era un cospiratore. Tuttavia, a tutt’oggi non ha mai apprezzato veramente qualcuno. È cambiato soltanto dopo la Dipanda. Una metamorfosi totale: lo Zacaria che ho sempre desiderato ma che ho avuto soltanto per un lasso di tempo breve quanto un sogno mattutino. Si ammansì. Addirittura, quando tornava a casa, salutava. Confesso: ho nostalgia di quei baci calmi e umidi sul mio viso!… Cominciò a preoccuparsi dei figli. Un giorno, dopo aver fatto l’amore, finalmente esclamò: «Ti amo, donna!». Tuttavia, la Dipanda finì velocemente. Per me, terminò il giorno in cui Zacaria tornò a casa e non mi baciò. Cominciò a urlare (questo verbo mi piace poiché si confà al nostro lato animalesco): «Chi si credono di essere questi? Siamo noi che abbiamo sopportato questa merda mentre loro erano là fuori! Che cosa ne sanno loro? Niente! Perché adesso ci allontanano?!…» E, come al solito: «Cazzo!». Il narratore si compiace, per non aver ancora chiamato il vecchio Zacaria “Compagno Cazzo”, come si diceva all’epoca, o “Dottor Cazzo”, come raccomandano gli standard di adesso, ricreati dai giovani infatuati post-socialismo, ma la stimata professoressa di letteratura nuovamente gli ricorda: «L’eccesso di ovvietà cancella la realtà…». Per cui è meglio che non interferisca nella storia del vecchio Zacaria.

Eppure non riesco a fare a meno di raccontare, pur rischiando di essere additato per strada come letterale, che egli quando seppe, qualche mese dopo l’indipendenza, che il suo nuovo direttore era un vecchio servitore della divisione dove lavorava, riuscì a ottenere l’esonero e cominciò a lavorare come contabile. Così tirò avanti i primi quindici anni di indipendenza, sopportando, come quasi tutti, sacrifici veramente straordinari, ma senza mai chiedere nulla a nessuno. Quando l’avventura socialista venne sostituita dalla cosiddetta democrazia e poi dal capitalismo, iniziò a diffidare dei nuovi discorsi, visto che dietro vedeva le stesse maschere di sempre, il che gli faceva venire una voglia matta di emettere i suoi famosi “cazzo”. Tanto che, davanti al caos generale che si era diffuso nel paese pensò che era tutto definitivamente perso. Informò i suoi clienti che non avrebbe più lavorato per loro, collocò i suoi libri di contabilità nel fondo di un cassetto qualsiasi e cominciò a sedersi tutti i pomeriggi, immancabilmente, nel balcone dell’appartamento in cui viveva, godendosi il movimento della città con l’aria sinceramente compunta di chi si trova alla veglia funebre di qualcuno che gli è stato molto caro. A chi lo osservava dalla strada, sembrava che un’ombra senza colore avesse avvolto completamente la sua figura fragile e triste. Doveva trattarsi di sofferenza. Fu da questo balcone che il vecchio Zacaria vide la mulatta dalla capigliatura fulva scendere dal Touareg, alle tre del pomeriggio, a Luanda, come se si stesse dirigendo a una serata di gala a Hollywood. Una puttana, di certo. Un uccello del malaugurio sbatté le ali dentro la testa del vecchio Zacaria. Egli non lo sentì. Indolenziti e lenti i pensieri dentro la sua testa: «L’Angola è perduta… Un Paese dove una jeep Touareg è una “macchina da amante” non è un Paese!… Che vergogna!… Sarà l’amante di qualche generale, qualche ministro, qualche trafficante di diamanti o chissà che!… Guarda un po’… questo è il vestito da usare a quest’ora, con tutto questo sole, questa polvere, questa spazzatura, questo degrado?». Degrado. Questa parola perseguitava da molto tempo il vecchio Zacaria. Nella sua testa assumeva varie forme. Come direbbe la professoressa di letteratura, era una parola multiforme o polisemica. La cosa peggiore era il degrado morale. Non ci sono più principi. Non ci sono valori. Tutto vale. Dove s’è mai vista, all’epoca, una puttana andare con una jeep come questa in pieno giorno? La donna camminava verso il palazzo dove abitava il vecchio Zacaria prima dell’indipendenza. Quando i coloni e i loro scatoloni se ne andarono, nel ’75, non volle occupare nessuna casa. Quell’appartamento gli bastava, a lui e alla sua famiglia: donna Domingas, già deceduta, il figlio scomparso in guerra e la figlia buttata fuori di casa il giorno in cui lei gli sbatté in faccia questa frase strana: «Papà, sei fuori dal mondo!» Il vecchio Zacaria non ammetteva frasi ambigue. Per lui, pane al pane, vino al vino. Dalla terrazza che da tempo aveva trasformato in una specie di osservatorio del degrado quotidiano che stava inesorabilmente espandendosi per la città, accompagnò con lo sguardo la donna dalla capigliatura fulva e gli occhi scuri che si dirigeva verso il suo palazzo. Adesso che viveva solo, senza nessuno che potesse civilizzare il suo linguaggio, poté esclamare, con un misto di sollievo e di rabbia: «Cazzo!» Il resto della storia è veloce. Due scampanellate. Chi sarà? Da secoli, quasi, nessuno lo andava a trovare. «Violante!?» La figlia cacciata di casa. Capigliatura fulva, occhi scuri, abito che le scivola morbidamente sul corpo, scarpe alte e sottili. Un sorriso che gli acceca lo sguardo. Ditemi, cari lettori: come reagireste se foste al posto del vecchio Zacaria?

(Racconto incluso nella raccolta L’uomo dallo Stecchino in Bocca, Edizioni Urogallo, 2010, traduzione dal portoghese di Donatella Orioli)

Per maggiori informazioni sull’autore e sulla raccolta di racconti, si veda il sito della casa editrice Urogallo.


sabato 1 settembre 2012

Alle origini di José Saramago con "Lucernario", romanzo giovanile inedito

Vi proponiamo qui la recensione del romanzo Lucernario di José Saramago, pubblicata il 3 agosto scorso su "L'espresso" e firmata da Nello Ajello. 

Terminato nel 1953 e ignorato dall'editore a cui il trentenne Saramago lo aveva proposto, Lucernario (Claraboia, in portoghese) si aggiunge ai numerosi casi di "errori editoriali", alle infinite e clamorose storie di libri rifiutati ma destinati a diventare famosi (a questo proposito è interessante il saggio di Mario Baudino, Il gran rifiuto. Storie di autori e di libri rifiutati dagli editori, Passigli, Milano, 2009). 

Un conformismo dolente e opaco, una mesta caligine dei sentimenti. È difficile immaginare il ritratto più compiuto di un regime politico oppressivo di quello che emerge dal romanzo di José Saramago, "Lucernario" (Feltrinelli, pp. 330, euro 18). Si tratta di un autentico "recupero" nella produzione del premio Nobel. Scritto dal 1949 al 1952 - l'autore aveva fra i vensisette e i trent'anni - e rimasto finora inedito, è come un ideale compendio della vita quotidiana del Portogallo sotto Salazar, benché mai nominato. La vicenda è centrata in un caseggiato piccolo-borghese di Lisbona, gremito di personaggi in preda a sentimenti repressi. Non può stupire la mancata pubblicazione, in quegli anni lontani. 

Fa spicco nelle pagine una ragazza, Maria Claudia, il cui amore per un coetaneo viene vissuto in famiglia come una trasgressione delittuosa. Vi si incontra un'altra donna, meno giovane, la cui libertà sessuale è motivo di scandalo fra i pianerottoli. Per non parlare dei sentimenti che uniscono due sorelle, Candida e Adriana, con una sottaciuta pulsione omosessuale. Le «vite di coppia» che l'autore descrive sono di un'aridità resa soffocante dalle convenzioni. Non basta a ravvivare il clima la presenza di un giovane, Abel, pigionante presso la famiglia d'un calzolaio: la sua aspirazione a qualcosa di eticamente diverso si spegne in un'estenuata disfatta. A tratti si pensa agli "Indifferenti" di Moravia, opera anch'essa giovanile composta nell'aura di una dittatura, benché con superiore capacità espressiva. In questo Saramago non mancano, insomma, ingenuità e lungaggini, e tuttavia vi si avverte l'esordio promettente d'un narratore di alto livello. L'avversione per l'assetto sociale che il libro descrive è così evidente da contagiare il lettore. Il quale si sente assunto a testimone d'un mondo senza gioia.



("Alle origini di Saramago", Recensione di Nello Ajello, L'espresso, 03/08/2012)


José Saramago, Lucernario, trad. it. di Rita Desti, Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 336, euro 18. 

giovedì 16 agosto 2012

"A última vez que vi Macau" si distingue con menzione speciale al Festival del cinema di Locarno


Il film portoghese A última vez que vi Macau, di  João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata, – che in ottobre aprirà la decima edizione di DocLisboa – è sbarcato al Festival di Locarno (1-11 agosto 2012), aggiudicandosi il premio per la miglior regia e una Menzione speciale “allo straordinario personaggio di Candy  per la sua forte presenza attraverso l'assenza, che risuona per la Giuria come la dimostrazione dell'immenso coraggio del cinema portoghese in un periodo nel quale gli insuccessi dei governi e dei sistemi sociali minacciano l'arte cinematografica”.


I registi e interpreti portoghesi João Rui Guerra da Mata e João Pedro Rodrigues incantano Locarno presentando l'intenso A ultima vez que vi Macau, viaggio emozionale da Occidente a Oriente originato da un'email in cui una donna stabilitasi a Macao contatta un conoscente, anche lui un tempo residente laggiù. L'uomo, che da più di trent'anni ha fatto ritorno in Portogallo, decide di accorrere in aiuto dell'amica, Candy. Il viaggio in nave per raggiungere l'ex colonia del Portogallo è occasione di ricordo dei momenti felici vissuti a Macao. Al suo arrivo, però, l'uomo scopre che l'amica è misteriosamente scomparsa e la città è popolata da misteri che terrorizzano gli abitanti.
Melodramma-noir raffreddato ed estremamente cerebrale, coraggiosamente eccentrico, una scommessa che si avvicina (nel suo abbinare camp, sperimentalismi e citazionismi del grande cinema hollywoodiano) a un altro strambo film portoghese visto quest’anno a Berlino, Tabu di Miguel Gomez. Dei due registi, João Rui Guerra da Mata è quello che ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Macao, per poi andarsene via nel 1990, con il definitivo ritorno di quella che da quattro secoli era colonia portoghese alla madre-matrigna Cina. Un trasferimento di sovranità che ha significato la fine di un mondo coloniale e l’inizio di una Macao versione Las Vegas asiatica. Il regista è anche il protagonista invisibile di questa pellicola, ne vediamo sì e no l’ombra, ne udiamo solo la voce narrante che dipana la storia, ne ricostruisce gli antefatti e ne racconta lo svolgersi.
Una finzione ricostruita attraverso un quasi-documentario, dimostrando di sapere cos’è il cinema e quanto esso sia naturalmente ambiguo. Sta anche qui il fascino enorme di questo film così iperconsapevole da sfiorare il metacinema, eppure percorso da una continua tensione e passione tra il romantico e il surrealista. In questi frangenti si vede la mano di João Pedro Rodrigues, che si conferma un grande autore.
La ricerca continuamente frustrata di Candy attraversa tutta questa città impossibile, consentendo ai due registi di esplorarla oltre ogni possibile cliché, di mostrare luoghi della nuova Macao e di quella coloniale ormai in disfacimento, ombre che si aggirano in cunicoli, docks deserti, locali equivoci e minacciosi, cani inselvatichiti, topi e insetti. Macao come teatro di fantasmi, di ombre, dove tutto è già accaduto e tutto potrebbe di nuovo accadere. Uno di quei luoghi dell’ambiguità e del pericolo, come sospesi nel tempo e nella storia, che il cinema ci ha consegnato più volte: prima fu la Amburgo di Von Stronheim poi la Shanghai di von Sternberg, la Salonicco di Pabst, la Tangeri di Bertolucci, la Casablanca di Curtiz. Finirà in dramma o meglio nel nulla. Da Macao non può esserci ritorno, perché è il non luogo per eccellenza.
Film formidabile, di quell’austerità estrema che è del cinema portoghese (ci vuole coraggio a realizzare un film in cui il protagonista è invisibile), ma che ci racconta anche una storia, seppure non sempre trasparente nei suoi passaggi. Film che entra e dissolve e che, nonostante corra sempre il rischio di essere saggio, deriva sperimentale, specchio criptico, non ne resta prigioniero; anzi forse rende prigionieri anche noi di lui stesso. Piccolo capolavoro. (Recensione di Erik Negro. Fonte paperstreet.it)


Per visualizzare il trailer del film cliccare qui.

Dopo 30 anni mi ritrovo a Macao, dove non tornavo dai tempi della mia infanzia. Più o meno una settimana fa, a Lisbona, ho ricevuto un’e-mail da un’amica che non sentivo da molto tempo. Sapevo che Candy era partita per l’Oriente, forse per il gusto dell’esotico, o alla ricerca di una vita più facile. Fatto sta che ne avevo perso le tracce. Nell’e-mail mi diceva che ancora una volta aveva incontrato gli uomini sbagliati, ma stavolta le conseguenze erano molto serie: un carissimo amico era stato assassinato durante un’innocua partita a flash ball e lei temeva di essere la prossima vittima. Io ero la sola persona di cui potesse ancora fidarsi. Mi pregava di andare a Macao dove, secondo le sue stesse parole, stavano succedendo cose “strane e inquietanti”. Affaticato dalle molte ore di volo, mi dirigo verso Macao a bordo di un aliscafo che mi riporterà indietro nel tempo, ai giorni più felici della mia vita (João Rui Guerra da Mata).


  

martedì 7 agosto 2012

Novità di settembre: "Racconti" di Álvaro do Carvalhal

La casa editrice livornese Vittoria Iguazù a settembre accoglierà nel suo catalogo editoriale la prima pubblicazione di narrativa portoghese, Racconti di Álvaro do Carvalhal.Vi proponiamo l’incipit di uno dei racconti contenuti nella raccolta, Il pugnale di Rosaura (traduzione dal portoghese di Clelia Bettini), certi di suscitare il vostro interesse nel continuare nella lettura.

EVERARDO
L’aurora gettava ormai la sua luce livida sui picchi piramidali delle montagne, quando, intorpidito e turbato dai vapori infetti dell’orgia, entrai nel mio camerino. Al frusciare della cortina, accortasi della mia presenza, Rosaura soffocò in fretta il pianto ostinato e sciolse sulle spalle i lunghi capelli corvini, fissandomi col volto acceso da un miscuglio di sentimenti contrastanti. Riposava il corpo lascivo fra i morbidi cuscini di un ricco divano, la stoffa soffice della sua vestaglia non nascondeva ai miei occhi le sue dolci curve, i contorni di una figura che ricordava d’immediato la voluttuosa negligenza di un greco ideale di bellezza. Tuttavia, nell’immobilità serena, nei capelli sparsi e nelle palpebre arrossate, in qualche lacrima che, ogni tanto, le tremava sulle guance come una bacca cristallina, trasparivano in modo inequivocabile i tormenti di una Maddalena pentita.
Rosaura possedeva nella fisionomia gentile la perfetta manifestazione della sua anima ardente. La sua era una natura straordinaria, per il complesso di elementi diversi e opposti che la componevano. Nobile orgoglio; immaginazione febbrile che facilmente si esacerbava nell’invenzione di cose impossibili, di fantasmi e altri orrori; un’impazienza delirante nell’aspirare all’ignoto propria di un’indole veementemente nervosa e sensibile; tutto ciò che di più dolce e pudico c’è nella vergine, condito magicamente con un tantino di libidinoso abbandono da peccatrice: ecco le qualità che mettevano in luce questa giovinetta così originale. Sapeva diventare selvaggia, quando accesa dalla gelosia! Ogni sospiro nascondeva una tempesta, una tempesta che un mio semplice gesto di tenerezza aveva il potere di scongiurare.Era cresciuta sotto l’influsso ardente del sole d’America, di quel sole potente che si infiltra nel sangue come una lebbra invisibile. E in questo risiedeva, a mio giudizio, parte del segreto della sua indole. A Óbidos, davanti alla maestosa imponenza del Rio delle Amazzoni, ci scambiammo i nostri dolci giuramenti. E, vittima del mio fascino, non volle lasciarmi mai più. Mi amava davvero! Di un amore folle, insaziabile e ferino.
A volte rientravo nel cuor della notte, stordito dal nettare di bacco che mi faceva delirare, e la vedevo corrermi incontro, agile ed elastica, come una pantera. All’improvviso, però, si sfogava in un pianto caldo di lacrime e, come una docile tortora che accarezza volontariamente l’ingrata prigione che la sottrae alla libertà, cadeva affranta ai miei piedi, come una schiava. Io ero allora come tutti gli uomini che, giunti infine alla meta agognata, intorpiditi, si abbandonano al molle abbraccio dell’indifferenza e della soddisfazione. Mi sentivo dunque sazio. Il fascino che esercitavo su quella poveretta era, lo sapevo bene, comparabile solo a quello che si attribuisce ad alcuni rettili americani. Era la fatalità della mala sorte che la avvicinava a me. E lei mi sfiorava le braccia come in preda alla febbre, come chi, incapace ormai di dolci speranze, non desidera altro che gettarsi in uno strapiombo. Era un amore così, indescrivibile, incommensurabile, unico. E tanto basta per soddisfare la più esigente delle vanità. Cosa mi importava se la festa e il funerale, il lutto e lo sfarzo si gemellavano in quel gran sentimento, se io ero l’oggetto di così straordinaria passione? La durezza del mio carattere, abbrutito da un godere meschino e sordido, stanco del rinnovo giornaliero di toccanti manifestazioni d’affetto, mi rendeva sprezzante e sarcastico; anche perché allora non potevo credere che una pena così piagnucolosa, certe lamentale così lambiccate che si manifestavano in mille modi stravaganti, non fossero che una commedia studiata a tavolino, parte di un’abile strategia messa in atto a mio danno. Ero in grado di comprendere il candore della povera vittima, anche nel marasma indistinto delle sue turbinose passioni; la credevo incapace di abbassarsi al punto di fingere; tuttavia, mentre la osservavo lamentarsi disperata, non riuscivo a reprimere il sospetto; provavo non so quale barbara soddisfazione nel tormentare con durezza le sue piaghe dolorose. Lontano è il giorno in cui rifiuterò l’incallita abitudine di considerare la donna un semplice oggetto di lusso; uno sfizioso giocattolo che noi uomini, in preda alla noia, possiamo impunemente frantumare con le nostre mani. Quella volta la sorpresi immersa nella riflessiva serenità del suo dolore, ma il mio cinismo non fu scosso dal minimo fremito di pietà. Anzi, la potenza del mio sdegno mi rendeva orgoglioso.
Fu per questo che, senza proferire verbo, mi avvicinai adirato ai torciglioni della modanatura di un trumaeu e, flemmatico come un eccentrico che si diletta allo scoppiare dell’imminente tempesta, sbuffai nuvole di fumo dal mio sigaro.
– Everardo! – mormorò soffocata.
– Rosaura! – dissi io, con freddezza.
Mi posò sulla spalle il braccio nudo, limpido e perfetto, quasi fosse opera di un artista, e con il volto offuscato di dolce malinconia, riproducendo con la voce le più soavi armonie musicali, esclamò:
– Sei adirato con me, Everardo? Che freddezza! Io ho passato la notte a pensare a te, che di sicuro non lo meriti… Non mi dai neanche un bacio dopo tante ore di assenza, neppure la più sciocca delle tue carezze!… Ma stai tranquillo, tesoro; sono allegra, vedi? Non mi lamento, te lo prometto… E come potrei, tu sei il mio dolcissimo Everardo! Allora, non mi dici neppure una parola dolce, non mi ripeti che sei e sarai per sempre mio, Everardo?…
Mi strinsi nelle spalle, sdegnoso.
– Sei proprio una bambina! Devo ripeterti ogni giorno la stessa solfa? Mi infastidiscono i tuoi dubbi, Rosaura. Quel che mi chiedi non può farlo chi abbia a cuore la propria reputazione di uomo sano di mente; chi, come me, ha ricevuto dal Creatore un genio, se non troppo sensato nell’uso rigoroso della parola, almeno ostile a ridicole estasi e odiose smancerie. Vorresti che restassi notte e giorno mano nella mano con te, in un serafico abbraccio, ad ascoltare il rumore delle foreste, il gemito del mare, il sospirare delle correnti, tutti i rumori della natura e altre belle cose, che tu sai, per convincerti che sono e sarò per te quello che ero all’inizio del nostro amore? Sono troppo giovane ancora per rinunciare così presto ai divertimenti con cui mi seduce la buona società. Voglio vivere.
– Vivere! La vita me la promettesti tu quando, con l’astuzia di un serpente, ti introducesti nella serena casa di mia madre, per contaminare col tuo respiro sordido i dolci frutti della mia primavera. La mia innocenza mi ha portato alla perdizione. Caddi perché non conoscevo il fuoco penetrante che consuma, nascosto fra le parole di una maligna seduzione. Ah! Allora non ti sentivi ridicolo quando sciorinavi le tue meraviglie che nella mia semplice esistenza non avevo neppure mai sognato; quando in ginocchio mi facevi dichiarazioni folli, impossibili, e mi stringevi al petto, tremante e in preda alla passione; quando, con voce dolce e vibrante, mi chiedevi ciò che io non sapevo negarti; perché la donna, se arriva ad amare, diventa cieca e si abbandona: anima, pudore, ogni cosa. E poi piange, perché sente di aver dato poco, di non aver più nulla da dare…
– Sciocchezze di gioventù!
– Allora non parlavi così. Eri…
– Un ragazzino.
– Due anni fa.
– La vecchiaia è arrivata in fretta.
– Di’ piuttosto la noia.
– Oh! Anzi il contrario.
– Ironia! Eri un ragazzino? Un ragazzino che sa ingannare e corrompere; che conosce tutti i sentieri del vizio; che, senza rimorso, mi ha sottratto a mia madre, a mio fratello, alla patria, per portarmi a fare una vita d’avventure per mare, isole e continenti, e per darmi infine disprezzo, quando chiedo elemosina, elemosina d’amore! I ragazzini sono ingenui, Everardo.
– Sono stato un’eccezione.
La ferì lo scherno che si celava in quella frase. Mi guardò con disprezzo e reclinò la testa, decisa a mettere fine a quel doloroso dialogo. Tuttavia, la parola “miserabile” si posò sorda sulle sue labbra.
Io cercai di sorridere, ma non ne fui capace. Ero in preda alla collera. (…)

Si veda la recensione di Gianluca Miraglia sul sito della casa editrice.