lunedì 14 novembre 2011

Mostra omaggio a José Saramago. Viaggio in Portogallo di Maurizio Bartolucci

Giovedì 24 novembre, alle 17.00, verrà inaugurata, presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma, la mostra fotografica "Omaggio a Josè Saramago. Viaggio in Portogallo" in cui l’autore, Maurizio Bartolucci, ricostruisce l’avventura letteraria dello scrittore portoghese in un suggestivo percorso tra vita e arte che attraversa le terre lusitane.
L’esposizione sarà aperta fino al 3 dicembre, dal lunedì al sabato, ore: 10.00 – 13.00.

"Attraverso un bel libro pubblicato qualche anno orsono Josè Saramago ci accompagna per le strade del Portogallo ed affronta i temi storici, artistici e culturali che riguardano questo Paese. Un viaggio, quello documentato dallo scrittore portoghese, compiuto nei primi anni novanta, che si configura come un ritorno alle terre lusitane dopo i grandi avvenimenti che hanno portato alla democrazia a metà degli anni settanta. Grande conoscitore della tradizioni del Portogallo, che hanno giocato un ruolo importante nella sua avventura letteraria, Saramago compie migliaia di chilometri in splendida solitudine alla ricerca di luoghi e tesori che descrive con certosina accuratezza. Non solo Porto e Lisbona ma decine di altre città grandi e piccole che hanno contribuito a scrivere la storia di questi luoghi. Una avventura che ho cercato di ricostruire attraverso una serie di foto scattate nel 2008 e che vi propongo in un luogo prestigioso: la Biblioteca Vallicelliana, nel cuore di Roma". Maurizio Bartolucci.

lunedì 7 novembre 2011

Cinema in lingua portoghese a Milano: “Quem és tu?” di João Botelho

Mercoledì 9 novembre, ore 16.30, proiezione del film “Quem és tu?” di João Botelho.

Aula Manhattan – Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono, 7.

La proiezione del film si inserisce all’interno dell’iniziativa “Ciclo di cinema in lingua portoghese – 4 film per 4 nazioni”. Il film sarà presentato in lingua originale, corredato da sottotitoli in italiano, e verrà brevemente introdotto attraverso una adeguata contestualizzazione storico-culturale e una puntualizzazione semantico-linguistica dai docenti delle Cattedre di Lingua e Letteratura Portoghese e Brasiliana.






La tragedia della Storia, la ferita del corpo, “ Quem és tu?”


Botelho mette in scena la ferita fondante della storia portoghese in un film che indaga la genesi e le conseguenze di un mito tragico, attraverso una ricerca che è anche un saggio di cinema controllato e rigoroso.



Apparente scarto dagli stilemi, dagli ambienti altoborghesi tipici del regista portoghese, “Quem es tu?” (Chi sei tu?), ultimo lungometraggio di João Botelho, si inserisce invece con estrema facilità all’interno delle ossessioni del regista di “Qui sulla Terra” e “Traffico”. L’ossessione per la tragicità dell’esistenza, sia pure mascherata da commedia, o da farsa, ritorna in questo film, che mette in scena una delle opere fondamentali del teatro portoghese, “Frei Luís de Sousa”, scritto nel 1843 da Almeida Garrett; tre atti di straordinaria complessità nella semplicità apparente della messa in scena, che diventano, nelle mani di Botelho, anche un saggio di regia controllata e rigorosa.
“Quem es tu?” si presenta come esplorazione, indagine su un mito fondante della storia portoghese, quella del “Re atteso”, Sebastiano del Portogallo (1554-1578), un re folle, squilibrato, deforme, che convinse i nobili del Paese a partecipare ad una crociata contro i musulmani che premevano alle porte del regno, e che fu clamorosamente sconfitto nella battaglia di Alcácer Quibir nel 1578. Da allora questa figura rimase a lungo nelle leggende popolari del Portogallo, cantata nelle canzoni che evocavano il suo ritorno come liberatore dal giogo spagnolo. La tragedia che si svolge nella casa di Dom Manuel de Sousa Coutinho è impregnata di questa attesa, di questo senso di perdita fatale che la leggenda del Re Sebastiano cerca in tutti i modi di esorcizzare. Muovendo la macchina da presa all’interno delle mura del palazzo, Botelho racconta la storia di una nobile famiglia portoghese la cui esistenza è sconvolta dal ritorno del primo marito di Madalena de Vilhena, ormai risposatasi con Dom Manuel e madre della piccola Maria, creatura innocente, pallida e gracile. La tragedia si sviluppa attraverso un sapiente uso dei corpi e dei volti degli attori, attraverso le voci ora potenti ora ridotte ad un sussurro, attraverso il colore che squarcia il buio incombente, l’atmosfera malata e fredda che circonda il film. L’arrivo del primo marito di Madalena, Dom João, creduto morto nella battaglia di Alcácer Quibir diventa, nel film, la manifestazione concreta evidente, personale di una caduta, della fine di una potenza europea come il Portogallo. Nell’unica scena girata in esterni, quella della battaglia, Botelho lascia ogni spettacolarità fuori campo, per far sì che sia una lunga, interminabile carrellata sui cadaveri rimasti sul campo a descrivere, con un’unica immagine, l’assurda impresa del Re folle, la morte che segna la modernità di un Paese, la violenza di un atto fondante. L’altra morte assurda che chiude il film, quella della piccola Maria, distrutta dalla decisione dei genitori di prendere gli abiti talari per sfuggire al peccato, chiude, in perfetta circolarità, la tragedia che da collettiva (quella di un intero popolo) diventa individuale (quella della famiglia). 
L’origine teatrale del testo serve a Botelho per rinunciare ad ogni movimento eccessivo della macchina da presa, senza rinunciare al cinema, che decostruisce il testo, accentuandone i dettagli, gli elementi astratti e significanti del dolore, come i volti (quelli degli attori, come quelli dei ritratti che adornano le mura del palazzo), o gli improvvisi fiotti di colore (il sangue che sgorga dalla bocca di Maria morente), fino ai gesti folli, tragici e dirompenti dei personaggi. 
Un saggio di regia, dunque, che si arricchisce di elementi pittorici, usati dal regista non con intenti citazionisti, ma nel tentativo di disegnare la disfatta della storia e degli uomini. El Greco, il riferimento pittorico più evidente nel film, diventa la perfetta rappresentazione della dissoluzione di un’epoca, attraverso l’uso quasi carnale dei colori, la deformazione ascetica ed espressiva dei corpi e dei volti. Un film – quello di Botelho - che non racconta la Storia, ma ne indaga la tragicità implicita, il suo essere il luogo dove le ferite si aprono irrimediabilmente, per restare.


Fonte: Sentieri Selvaggi. Articolo del 09/09/2001 a cura di Daniele Dottorini (Venezia 58).

venerdì 4 novembre 2011

Ruy Belo, Homem de Palavra[s]

Si è concluso oggi, venerdì 4 novembre 2011, "Ruy Belo, Homem de Palavra[s]", il convegno internazionale organizzato in occasione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione del primo libro di poesie di Ruy Belo, "Aquele Grande Rio Eufrates" (1961). Il convegno, promosso da Paula Morão, Nuno Júdice, dalla Fundação Gulbenkian e da Teresa Belo, vedova del  poeta, ha visto la partecipazione di studiosi e critici letterari di spessore internazionale, che hanno discusso sulle diverse sfaccettature dell’opera di Ruy Belo e sul  ruolo che il poeta portoghese occupa nella poesia contemporanea.

E TUDO ERA POSSÍVEL
Na minha juventude antes de ter saído
da casa de meus pais disposto a viajar
eu conhecia já o rebentar do mar
das páginas dos livros que já tinha lido
Chegava o mês de maio era tudo florido
o rolo das manhãs punha-se a circular
e era só ouvir o sonhador falar
da vida como se ela houvesse acontecido


E tudo se passava numa outra vida
e havia para as coisas sempre uma saída
Quando foi isso? Eu próprio não o sei dizer


Só sei que tinha o poder duma criança
entre as coisas e mim havia vizinhança
e tudo era possível era só querer

martedì 1 novembre 2011

"A morte de Carlos Gardel", romanzo di António Lobo Antunes al cinema

Solveig Nordlund ha adattato al cinema  “A morte de Carlos Gardel”,  primo adattamento cinematografico di un romanzo di António Lobo Antunes. Sebbene non sia il libro più conosciuto dello scrittore portoghese, è il più adatto a una trasposizione cinematografica, per l’evoluzione lineare del flusso narrativo. L’ordinato susseguirsi degli eventi nel romanzo ben si presta al cinema realista di Solveig Nordlund, nonostante la regista abbia dovuto limitare la polifonia di voci e i cambi di prospettiva, tipici della scrittura dell’autore portoghese:
“Limitei-me de certa maneira à história. Usando uma certa liberdade no tempo e no espaço, tentei imitar a técnica que ele tem de partir de uma personagem para outra, sem grande explicação ou transição. Mas claro que não é como no livro. Quando escreve ele muda de personagem a meio de uma frase. O meu cinema é realista, por isso não seria possível, a não ser que fizesse um filme mais experimental. Mas isto é só uma história contada com frases de Lobo Antunes e, nos momentos mais emocionais, dou-me a liberdade de passar de uma coisa para outra sem mais” (Solveig Nordlund, intervista a Jornal de Letras).


“A morte de Carlos Gandel” è la storia di un giovane tossicodipendente sul punto di morte, in stato comatoso. Assistito dai famigliari più vicini, ognuno di loro evoca ricordi e esperienze, memorie e vite attuali, fili di una stessa rete che condividono lo stesso dolore. La passione del padre del giovane per il tango e per la figura di Carlos Gardel, cantante di tango argentino, attraversa simbolicamente ciascuna di queste voci. Carlos Gardel è tutti loro, portatori di sogni e delusioni che la vita inevitabilmente regala.

«A Morte de Carlos Gardel»,prodotto da Fado Filmes, ha ricevuto l’appoggio per la realizzazione dall’Instituto do Cinema e Audiovisual/Ministério da Cultura, e dalla partecipazione finanziaria della RTP - Rádio e Televisão de Portugal.

Nata a Stoccolma, Solveig Nordlund coltiva la passione per il cinema sui banchi accademici. Si trasferisce presto in Portogallo, dove intraprende la carriera di cineasta come assistente di produzione. Lavora in vari film di registi portoghesi come Manoel de Oliveira e João César Monteiro. Dal suo primo lungometraggio «Dina e Django» , realizzato nel 1983, a oggi, la vasta produzione cinematografica di Solveig Nordlund si è divisa fra Svezia e Portogallo, e si è distinta nel panorama cinematografico portoghese per il suo valore artistico. Sulle tracce del suo maestro, il regista francese Jean Rouch, di cui fu alunna in Francia nel 1972, Solveig Nordlund dice che “ama fare film che ci sorprendano intellettualmente e formalmente”, rivelando la tensione a commuovere lo spettatore, sia per la qualità del livello narrativo, che per il linguaggio formale cinematografico.

domenica 30 ottobre 2011

"Cronaca di Rua 513.2" di João Paulo Borges Coelho

Una strada di una città coloniale africana, dall’insolito nome numerico di Via 513.2 fa da sfondo ai mutamenti sociali e politici della recente storia mozambicana. I nuovi arrivati si avvicendano infatti ai vecchi coloni portoghesi creando una nuova situazione urbana. Ma il fantasma del colonialismo, neppure tanto rarefatto, si manifesta quasi fisicamente nella figura degli spiriti dei vecchi coloni nella coscienza dei nuovi arrivati.
Il nuovo Paese, però, quello che sarebbe dovuto scaturire dall’indipendenza dal potere coloniale e dalla successiva Rivoluzione popolare, e che avrebbe finalmente fornito ai propri cittadini stabilità, prosperità e libertà, si divincola in mezzo a mille problemi, in situazioni nelle quali “things fall apart” – tutto il sistema crolla. Alla fine del libro, infatti, in un’economia stagnante e in un’atmosfera di sfacelo sociale, la Rua 513.2 vedrà “cadere” uno a uno anche i suoi nuovi abitanti, sotto le pesanti mazzate del fallimento economico privato o pubblico, della guerra o del carcere.
João Paulo Borges Coelho, in questo modo ci mostra con grande efficacia e senza filtri ideologici di alcun tipo, libero da schemi precostituiti, il fallimento del sogno dell’indipendenza del Mozambico, e il fallimento del nuovo stato nell’assicurare le condizioni indispensabili di vita ai propri cittadini.

João Paulo Borges Coelho, nato a Oporto nel 1950, ma trasferitosi fin dall’infanzia in Mozambico, a Maputo, che allora si chiamava Lourenço Marques, è uno di quei discendenti di coloni che hanno scelto di rimanere in Africa e di abbracciare la cultura e la cittadinanza “attiva” del Mozambico.
Professore universitario all’Università Eduardo Mondlane di Maputo, tiene corsi di Storia dell’Africa Australe anche come guest professor all’Università di Lisbona, in Portogallo.
Disegnatore e sceneggiatore di fumetti fin dagli anni ’80, è poi entrato nel mondo della narrativa. Ha al suo attivo i romanzi Crónica da Rua 513.2 (2006), As Visitas do Dr. Valdez (2004), As Duas Sombras do Rio (2003), Campo de Trânsito (2007) e O Olho de Hertzog (2009), per il quale ha ricevuto il premio Leya. Si è dedicato anche al racconto, con le due raccolte Índicos Indícios – Setentrião e Meridião (2006), in via di traduzione in italiano, e alla “novela burlesca”, come viene definita nella stessa copertina,con Hinyambaan (2007).

Cronaca di Rua 513.2, tradotto da Elina Ilaria Nocera, è il primo libro di João Paulo Borges Coelho pubblicato in Italia da Edizioni dell'Urogallo.

giovedì 27 ottobre 2011

Poemário Inatual (III)



Il neorealismo è morto. Viva il neorealismo. Proclamare la morte di qualcuno è semplice. Più complicato è sotterrare gli avi. Anche in verso.

 Manuel da Fonseca

Aldeia de Planície (1941)
Nove casas,
duas ruas,
ao meio das ruas
um largo,
ao meio do largo
um poço de água fria.

Tudo isto tão parado
e o céu tão baixo
que quando alguém grita para longe
um nome familiar
se assustam pombos bravos
e acordam ecos no descampado.