sabato 15 giugno 2013

Nelson Pereira dos Santos: il regista del Cinema Novo Brasileiro ha "nostalgia del dopoguerra"

Il presidente del 23/mo Festival d'America Latina di Milano lo confessa a “Il Manifesto”

 
La 23/ma edizione del Festival del cinema Africano, d'Asia e d'America Latina svoltasi a Milano dal 4 al 10 maggio u.s. ha visto presiedere la giuria ufficiale del concorso lungometraggi "Finestre sul Mondo" il pluripremiato regista brasiliano Nelson Pereira dos Santos, cui il Festival ha riservato un'accoglienza particolarmente calorosa omaggiandolo con la proiezione in anteprima italiana del suo film A música segundo Tom Jobim, presentato all’ultimo Festival di Cannes. Il diario portoghese, che di Tom Jobin aveva già parlato nel post inserito il 28 aprile u.s., più che sul film dedicato ad uno dei maggiori protagonisti della musica brasiliana, vuole concentrarsi ora sulla figura di Nelson Pereira dos Santos, a dir poco avvincente.

 
Scorrendo la sua scheda biografica diffusa dagli organizzatori del Festival si apprende che, nato il 22 ottobre 1928 a São Paulo, Nelson vanta origini italiane e un nonno anarchico, peculiarità che lo ha portato a coltivare, parallelamente alla passione per il cinema, anche quella per la rivoluzione. Al cinema arriverà però solo nel 1952, dopo esperienze di formazione in Europa e l'attività di giornalista, svolta al rientro in patria, seguita da quella di assistente regista. Se il suo primo documentario (Juventude) girato a São Paulo è oggi andato perduto, ad  imporlo all’attenzione nazionale e internazionale furono due lungometraggi, Rio, 40 graus  del 1955 e Rio, zona norte del 1957, in cui dimostrava di aver interiorizzato lo stile neo-realista come mezzo di conoscenza e approfondimento della realtà.
 
Tutti i suoi film - rileva ancora la scheda biografica - si nutriranno dei temi nazionali, dalle sfumature musicali a quelle più squisitamente letterarie, costituendo, nella loro diversità, una linea di continuità stilistica che non abbandonerà mai il suo modo di fare cinema e facendogli guadagnare la fama di padre fondatore del cinema brasiliano moderno. Con la sua ricerca di un radicale realismo - sentenzia dal canto suo la voce che gli dedica l'Enciclopedia Treccani - precorse il "cinema novo", di cui fu poi uno dei protagonisti.

Per meglio conoscere questo regista, oltreché docente di materie cinematografiche alle università di Brasilia e Rio, Il diario portoghese è lieto di condividere coi suoi lettori qualche stralcio dell'interessante intervista realizzata a margine del Festival da Cecilia Ermini per “Il Manifesto”, che l'ha pubblicata il 7 maggio u.s. a pagina 12.
 
Alla domanda: "È stato difficile il processo artistico di decolonizzazione in Brasile?", Nelson Pereira dos Santos risponde: "Il processo è stato molto lento: la prima forma d'arte a ribellarsi è stata la letteratura, successivamente la pittura, poi la musica. La tradizione musicale popolare dei neri si mischiava alle melodie portoghesi e brasiliane ma non era considerata cultura nazionale prima di Heitor Villa Lobos, genio capace di riconnettere le esperienze maggiori della musica popolare e trasformarle in fenomeno colto. Il cinema ha impiegato molto di più a riconoscersi e a riconoscere la cultura nazionale brasiliana, il solo che ci è riuscito, fino agli anni ‘40, è stato Umberto Mauro, creatore dell'unico cinema in cui mi riconoscevo in quanto brasiliano. Il resto della produzione era semplice imitazione del cinema americano, per un complesso di inferiorità rispetto al resto del mondo".
 
"La presenza dei neri -aggiunge il regista- era sempre marginale, al massimo erano servitori dei ricchi, come in Via col vento. Gli attori si ossigenavano i capelli e si mettevano le lenti a contatto azzurre mentre le storie erano completamente distaccate dalla realtà e la lingua portoghese parlata al cinema non era quella corrente ma quella letteraria. Poi è arrivato il neorealismo italiano, una vera liberazione. Con il mio primo film Rio 40 graus seguii la corrente neorealista ma sono stato subito bloccato dai censori perché a loro avviso quello che rappresentavo era una menzogna, a partire dal titolo! Ebbero il coraggio di dirmi che a Rio la temperatura massima era di 39.6 gradi."  
 

 
Poiché il cinema di dos Santos si è spesso ispirato alla letteratura, gli viene chiesto: "Come sceglie cosa adattare sul grande schermo e cosa la colpisce maggiormente di uno scrittore?”. "La mia prima influenza letteraria, anche grazie ai miei studi classici -risponde- è stata Jorge Amado: Rio 40 graus non è liberamente tratto, né basato sulle opere di Amado ma la sua poetica è stata fondamentale per il mio lavoro. Poi nel 1958 ho deciso di fare un adattamento letterario, dopo un viaggio nel nord del Brasile dove una casa di produzione mi aveva commissionato un documentario sulle zone colpite da una fortissima siccità. Uno dei libri che ho consultato per documentarmi era Vidas secas di Graciliano Ramos, mi ha colpito talmente tanto che ho voluto portarlo sullo schermo. Visto che il film è andato bene ho ricevuto in seguito molte offerte di adattamenti, ma non è mai stata una questione automatica per me. Più il romanzo è ben trattato e puntuale e più per me è facile pensare a un film ed è questo mi colpisce più di ogni altra cosa."

Nella diffusa intervista non manca un accenno all'attuale fase di grande progresso che sta attraversando il Brasile rispetto al resto del mondo. Sollecitato a raccontare come stia vivendo, personalmente, questo momento, ecco la sua risposta: "Sento materialmente il progresso e lo noto anche nelle piccole cose: quando ho comprato anni fa il mio studio nel centro di Rio, c'erano solo due uffici occupati al mio piano e i palazzi attorno erano decadenti. Ora è tutto occupato e restaurato. L'economia cresce ed è solida ma ho già vissuto periodi dove si credeva ciecamente a un immediato sviluppo per poi vederlo scendere improvvisamente. Nonostante tutto il Brasile è forte e democratico, con schieramenti politici opposti ma con una strana somiglianza nell'essenza del loro programma.

"Confesso però -conclude Pereira dos Santos- di provare un po' di nostalgia per il dopoguerra, all'epoca eravamo tutti studenti e militanti mentre oggi i giovani brasiliani mi sembrano tutti pacificati." 

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