Sérgio Andrade di Manaus e Fábio Baldo di São Paulo coregisti, protagonista Anderson Tikuna dell’omonima tribù
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Sérgio Andrade, Anderson Tikuna, Fábio Baldo |
Avere 13 anni e abitare nei
pressi del celebre Teatro dell’Opera di Manaus proprio mentre Werner Herzog
gira Fitzcarraldo. Aggirarsi sul set assieme agli amichetti e trovarsi presto
addosso degli abiti eleganti, tipo smoking, per assistere alla scena dell’opera
come comparse. Basterebbe questo accenno alla biografia di Sérgio Andrade per
spiegare com’è nata la sua vocazione di regista. E ancora: vedere da vicino
grandi attori quali Klaus Kinski e Claudia Cardinale, vivere quei momenti
magici ed entrare in contatto, più specificamente, con la cinematografia
tedesca.
Queste le premesse che hanno
portato il regista brasiliano a realizzare, a un certo punto della sua
carriera, un film in coproduzione Brasile/Germania con cui approdare
addirittura all’ultimo Festival di Berlino. Si tratta di Antes o tempo não acabava (Time
was endless), lungometraggio invitato anche al Festival Rencontres Cinémas
d’Amérique Latine del marzo scorso e di cui si è parlato parecchio per la
peculiarità dei temi trattati. La vicenda narrata ha colpito pure l’animo
cinefilo del diario portoghese che desidera condividerla.
Andiamo per ordine.
Innanzitutto Sérgio Andrade è nato nel 1967, cresciuto e tuttora residente a
Manaus, nel cuore dell’Amazzonia e fin da bambino si è sempre interessato alle
tradizioni indigene contando tra gli amici molti “nativi”. Ciò nonostante lui
non sia indigeno, ma per metà portoghese e per metà arabo. Nemmeno il suo
co-regista vanta origini indigene: Fábio Baldo, suo ex montatore e tecnico del
suono con cui aveva già realizzato A
Floresta de Jonathas, ha infatti provenienza italiana. È nato nel 1983 a
São Paulo dove risiede.
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Il protagonista Anderson Tikuna |
Dal titolo stesso del film
trapelano i suoi contenuti. Antes o tempo
não acabava ovvero “prima (della modernità) il tempo era infinito” è la
storia di Anderson, indigeno che si trasferisce a soli vent’anni dalla giungla
in città, in cerca di lavoro e nuove opportunità. Il quartiere in cui va a
vivere è il bairro Cidade de Deus, periferia nord di Manhaus dove si
concentrano molte comunità di indios, tanto da creare una sorta di zona di
transizione tra il mondo da cui provengono e quello in cui ora abitano. Tutta la vicenda si sviluppa sul perpetuo confronto tra le tradizioni dei villaggi,
fitte di riti iniziatici sciamanici e la spinta verso la modernità urbana, con
ritmi e abitudini finora sconosciuti.
Anderson - che prende il nome
dallo stesso protagonista, l’attore indio Anderson Tikuna - si accorge ben
presto di quanto sia difficile vivere quella vita da bianco che tanto desidera,
se dalle sue radici provengono indelebili richiami. Nel continuo oscillare tra
il prima e l’ora, Anderson scopre sulla sua stessa pelle che questi due mondi
faticano a coesistere, ma gli è impossibile scegliere non volendo rinunciare a
nessuno dei due. Gli effetti, a tratti drammatici di questa divisione,
rappresentano il nucleo centrale della trama. Va da sé che svelarli toglierebbe
la sorpresa al potenziale spettatore.
Una curiosità: Sérgio Andrade
ha dichiarato alla stampa di aver scritto la sceneggiatura del film proprio
pensando all’attore che già aveva scritturato per piccole parti in un corto (Waterfall) e nel lungometraggio A Floresta de Jonathas, ma ha precisato
che la storia non coincide con la biografia di Tikuna, appartenente all’omonima
tribù. Oltre al protagonista Anderson, le tribù indigene dell’Amazzonia sono il
cuore pulsante del film, recitato in ben quattro lingue (Tikuna, Sateré Mawé,
Neenguetu, Tariano) tante quante sono le etnie rappresentate. Altra curiosità:
per via delle differenti lingue -comprensibili solo tra nativi- in Brasile
questo risulta un film straniero, da distribuire sottotitolato. Vicenda umana a
parte, di grande effetto pure le musiche e le scenografie naturali, girate
alternativamente nell’interno dell’Amazzonia e nella città di Manaus.
Per chiudere, l’immancabile
auspicio di veder approdare anche in Italia l’affascinante lavoro dei due
registi brasiliani. Nel frattempo, accontentiamoci del trailer.
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