lunedì 21 marzo 2016

Dia Mundial da Poesia: lo celebriamo con Narcisa Amália de Campos

La poetessa brasiliana del secolo XIX fu abolizionista, femminista e repubblicana 



Il 21 di marzo è la giornata mondiale dedicata alla poesia. Lo è ormai dal 1999 quando a stabilirlo fu la Conferenza Generale dell'UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Per celebrarla scegliamo Por que sou forte, poesia che rende omaggio anche alla sua autrice: Narcisa Amália de Campos, donna brasiliana dalle molte doti e personalità di spicco non solo per le sue qualità letterarie anche per le sue opinioni considerate innovatrici nel secolo XIX. Nata nel 1856 a São João da Barra, nello Stato di Rio de Janeiro, fu abolizionista, femminista e repubblicana. Fu la prima giornalista professionista del Brasile. La poesia la respirò fin dall’infanzia, essendo figlia del poeta Jácome de Campos mentre dalla madre -la professoressa Narcisa Inácia de Campos- ereditò pure la passione per l’insegnamento cui si dedicò a lungo.

Riassumere in poche righe una vita tanto ricca di avvenimenti e cambiamenti, non è semplice. Vale la pena segnalare che si sposò ben due volte ed entrambi i matrimoni finirono, tanto che Narcisa Amália si decise a lasciare -pur se a malincuore- Resende, località dello Stato di Rio dove ancora bambina si era trasferita con la famiglia, per andare a vivere nella capitale Rio de Janeiro sfuggendo così alle maldicenze dell’ex marito geloso. Da fluminense divenne quindi carioca, per usare gli appellativi con cui i brasiliani distinguono chi è nato nello stato bagnato dal Rio Carioca e chi nella capitale. Sarà proprio a Rio che Narcisa Amália si farà notare come collaboratrice di giornali quali “A Imprensa” e “A República”, per fondare nel 1884 lei stessa un giornale. Distribuito come supplemento del "Tymburitá" lo chiamò “Gazetinha: folha dedicada ao belo sexo”. Qui trattò tematiche sull’emancipazione femminile e in difesa degli oppressi in generale, in primis contro la schiavitù.

L’eco dei suoi articoli si fece sentire in tutto il Brasile dove la de Campos era comunque conosciuta e apprezzata sia come poetessa, nonostante avesse pubblicato una sola opera giovanile (Nebulosas, 1872) sia come narratrice tramite un volume di racconti (Nelúmbia, 1874). Nebulosas le guadagnò l’elogio di Machado de Assis che parlava di lei come della «jovem e bela poetisa». Fu amica di diversi letterati del tempo tra cui Raimundo Correia, Luís Murat, Alfredo Sodré che frequentavano la sua casa di Resende durante il suo secondo matrimonio con Francisco Cleto da Rocha, detto anche Rocha Padeiro in quanto titolare della “Padaria das Famílias”. Molta eco ebbe, in quel periodo, la visita ricevuta da parte dell’imperatore Dom Pedro II -passato alla storia del Brasile per non possedere schiavi e considerare la schiavitù «uma vergonha nacional»- il quale aveva manifestato il desiderio di conoscerla personalmente.

Narcisa Amália morì a Rio de Janeiro nel 1924, ma resta presente nella memoria del Paese, è materia d’insegnamento a scuola ed è fonte di studi a sua volta. Secondo lo scrittore Fernando Lobato che si è basato sulle informazioni dello storico João Oscar - autore del libro Narcisa Amália, vida e poesia (1994) - la de Campos scrisse innumerevoli poesie apparse sui giornali dell’epoca e pubblicò oltre ai volumi già citati: Miragem, O Romance da Mulher que Amou, A Mulher do Século XIX.


Por que sou forte

Dirás que é falso. Não. É certo. Desço
Ao fundo d’alma toda vez que hesito...
Cada vez que uma lágrima ou que um grito
Trai-me a angústia - ao sentir que desfaleço...

E toda assombro, toda amor, confesso,
O limiar desse país bendito
Cruzo: - aguardam-me as festas do infinito!
O horror da vida, deslumbrada, esqueço!

É que há dentro vales, céus, alturas,
Que o olhar do mundo não macula, a terna
Lua, flores, queridas criaturas,

E soa em cada moita, em cada gruta,
A sinfonia da paixão eterna!...
- E eis-me de novo forte para a luta.


(Nebulosas, 1872)

domenica 13 marzo 2016

António Lobo Antunes: le sue lettere dall’Angola alla moglie rivivono in “Cartas da guerra” di Ivo M. Ferreira

Nel bianco e nero con sola voce narrante l’originalità del film elogiato dalla critica alla Berlinale 2016


Ivo M. Ferreira
Che letteratura e cinema spesso si fondano non è cosa nuova. Però c’è modo e modo di far confluire le parole scritte nel linguaggio parlato e corredato da immagini in movimento. Quella di cui vogliamo parlare è un’operazione tutta lusofona e decisamente originale. Si è partiti dalle lettere inviate da António Lobo Antunes, massima gloria vivente della letteratura portoghese, alla moglie incinta mentre svolgeva il servizio militare in Angola tra il 1971 e il 1973, raccolte solo nel 2005 nel volume D’este viver aqui neste papel descripto: cartas da guerra. E Cartas da guerra s’intitola appunto il lungometraggio realizzato da Ivo M. Ferreira (Lisbona 1975) assieme allo sceneggiatore Edgar Medina.

Del film si è parlato molto a livello europeo recentemente in quanto presente in concorso alla Berlinale 2016. La mancata premiazione di Cartas da guerra ha deluso parecchia critica la quale scommetteva sul suo successo, non riconosciuto invece dalla giuria. Prima di riferire alcune critiche più che lusinghiere, conosciamo il film. Il tema, come dicevamo, è la copiosa posta indirizzata dall’allora 28enne medico militare - scaraventato nella colonia africana insanguinata dalla guerra per l’indipendenza - alla sua amatissima compagna in procinto di dare alla luce il frutto della loro passione. Più che un film di guerra, nelle mani di Ivo M. Ferreira, diventa un film di sensazioni: amore, desiderio, isolamento, orrore, speranza e quant’altro alberghi nella mente e nel cuore del giovane psichiatra ancora ignaro del suo futuro luminoso da scrittore. 

Anziché fare delle lettere un classico adattamento cinematografico, il testo stesso diventa l’ossatura del film da cui sono totalmente assenti i dialoghi. C’è solo una voce narrante, quella della moglie Maria José interpretata da Margarida Vila-Nova, attrice che è anche la moglie del regista. Sullo sfondo, intanto, sfilano immagini rigorosamente in bianco e nero che seguono la cronologia dei luoghi dove via via è di stanza il militare, fortemente evocativi.

Ecco come spiega le sue scelte Ivo M. Ferreira in un’intervista rilasciata a Fabien Lemercier per Cineuropa. «Avevo l’idea del film e ho visto mia moglie leggere questo libro. Mi sono detto –racconta – che così avrebbe potuto funzionare e ho cercato dei modi per realizzare questa idea. Si trattava – aggiunge – di sviluppare una sorta di messa in scena con la presenza di persone che in realtà non ci sono. Ma c’è anche una dimensione molto importante, con le voci meravigliose con cui ho girato, poiché c’è molto testo da leggere. Per quanto riguarda la musica, che ho scelto intuitivamente, volevo che fosse semplice e soprattutto che non cadesse nel folklore africano».  

Il regista, premesso che «non sarebbe stato possibile realizzare il film senza la collaborazione di Lobo Antunes e di sua figlia» dichiara di aver aggiunto alle lettere solo qualche elemento, ad esempio l’elefante, ma di averlo fatto con molta modestia. Dice che è stato proprio lo scrittore a insistere perché il film si girasse in Angola, cosa ovviamente rispettata, ma ammette che «la fase delle riprese è stata davvero dura. Girare in Angola è stato molto difficile e per nulla romantico».  Ferreira non nega che il film abbia un aspetto politico, ma precisa: «non volevo parlare delle guerre coloniali, degli aspetti bui e tragici. Anche i soldati portoghesi erano, in un certo modo, vittime di una guerra assurda. Quando ero piccolo – racconta – mio padre era un rifugiato politico in Francia: era scappato dal Portogallo, perché non voleva partecipare a questa guerra in Angola».

Intervistato da Alberto Crespi, esperto di cinema e storico conduttore di “Hollywood Party” la trasmissione cult di radio 3 che ha seguito interamente la Berlinale, il regista è ritornato sull’aspetto politico del film dicendo: «Allora in Portogallo tutti sapevamo che era una guerra  ingiusta e senza alcuna prospettiva di successo». Ha ricordato che proprio «quella guerra lunga e insensata, cominciata nel 1961, provocò la fine della dittatura di Salazar perché quegli ufficiali e soldati, in base alla loro esperienza, fecero poi la “Rivoluzione dei garofani” e lo stesso Lobo Antunes diventò uno dei protagonisti».  

Apre l’elenco degli elogi da parte della critica lo stesso Alberto Crespi che dai microfoni Rai ha giudicato Cartas da guerra «il film più bello assieme a Fuocoammare». Entusiasta pure Massimo Cosua che su Repubblica ha scritto tra l’altro: «Il cinema portoghese sta vivendo una seconda primavera con diversi film in concorso a Berlino. Cartas da guerra è un film poetico, con un ritmo tutto suo e sicuramente da vedere».

Andrea Chimento sul Sole24ore, benché premetta che «non manca qualche passaggio ridondante», lo giudica «un film che emoziona e che, fatto ancor più significativo, è dotato di uno sguardo registico personale e piuttosto coraggioso. Sarebbe bello - si augura - vederlo un domani anche nelle nostre sale». Una voce controcanto viene dal sito Nuovo Cinema Locatelli che lo considera «una delle delusioni massime del concorso. Non basta parlare del Portogallo coloniale, non basta il bianco e nero così alto-autoriale per replicare l’effetto e il successo di Tabu di Miguel Gomes, partito proprio dalla Berlinale nel 2012». Va detto che il riferimento al film dell’altro portoghese Gomez ha accomunato la maggioranza dei commentatori.

Se António Lobo Antunes - più volte candidato al Nobel conquistato invece dall’amico Josè Saramago - non ha bisogno di presentazioni, qualche elemento biografico va invece fornito per Ivo M. Ferreira che ha al suo attivo una decina di opere, tra corti e lungometraggi inclusi due documentari sull’Asia, in particolare su Macao - dove attualmente vive - con O Homem da Bicicleta del 1997 e sulla Cina con Vai com o vento del 2010. Due lungometraggi di finzione sono Em Volta (2002) e Águas Mil (2009). I suoi corti: O Que Foi? (1999), Salto em Barreira (2004), O Estrangeiro (2010), Na Escama do Dragão (2012).

Il trailer ufficiale di Cartas da guerra con sottotitoli in inglese: 


venerdì 26 febbraio 2016

Cinema portoghese: Leonor Teles vince l’Orso d’oro alla Berlinale 2016 per i cortometraggi

“Balada de um Batráquio” conquista la giuria. Per il Portogallo la maggior presenza di sempre



Mentre l’Italia esulta per l’Orso d’oro conquistato al Festival di Berlino dal regista Gianfranco Rosi, anche il Portogallo vanta il suo Orso d’oro in miniatura -scolpito cioè in una medaglia, ma pur sempre d’oro- nella stessa importantissima competizione. A portarlo a casa è la regista Leonor Teles, prima classificata nella sezione cortometraggi. Se nel caso di Rosi si è parlato di un film umanista, non molto distante lo spirito sotteso nel corto intitolato “Balada de um Batráquio”. Un titolo curioso nel quale sta anche l’essenza del messaggio lanciato da questo breve film d’animazione. Allude infatti a quelle ranocchie di ceramica che spesso vediamo esposte all’ingresso di bar e ristoranti in Portogallo, antica consuetudine di taluni esercenti locali per scoraggiare l’ingresso a potenziali avventori di etnia rom. Un escamotage utilizzato come deterrente, sfruttando le superstizioni legate a questo anfibio, antico retaggio di tradizioni gitane.

Per Leonor Teles la lotta alla xenofobia è prioritaria in quanto lei stessa ha origini rom, da parte di padre, tanto da aver ambientato il suo primo lavoro “Rhoma Acans” (2012) nella comunità zingara portoghese. Il cortometraggio le era valso il premio internazionale “Take One” di Curtas Vila do Conde nel 2013. La Teles, nata a Vila Franca de Xira nel 1992 e formatasi presso al National Film School di Lisbona, insistendo sulla questione rom spera che i suoi corti aiutino ad abbattere i preconcetti nei confronti di queste popolazioni. Intervistata a caldo dopo la vittoria di Berlino dall’Agenzia portoghese Lusa, ha dichiarato: «Se formos a ver, os ciganos estão à margem da sociedade e provavelmente lá vão continuar. Acho que falar um pouco sobre eles pode ajudar».

La premiata -che è anche la più giovane in assoluto ad aver ricevuto l’Orso d’oro- non ha nascosto un’autentica sorpresa per il riconoscimento. «Foi completamente inesperado. Nunca pensei, achei que era impossível. Somos pequeninos, fizemos um filme com pouco dinheiro, sempre acreditaram em mim e estar aqui e ter ganhado o urso de ouro é uma coisa inacreditável. «No fundo -ha aggiunto- fazemos os filmes para eles serem vistos e não a pensar em prémios. Claro que os prémios são importantes e ajudam a um certo lançamento».  «O que eu quero é que as próximas sessões corram bem, que as pessoas gostem do filme e, se não gostarem, [que] venham falar comigo [para o] discutirmos», ha concluso.

L’edizione 2016 della Berlinale ha registrato per il Portogallo la maggior presenza di sempre. Oltre alla Teles, in concorso per i cortometraggi figuravano Gabriel Abrantes che ritornava dopo “Taprobana” del 2014 con “Freund und Friends”, uno dei due segmenti che compongono “Aqui, em Lisboa” prodotto dall’Associazione Culturale “IndieLisboa” per  celebrare il 10/mo anniversario dell’omonimo festival. A presentare l’altro corto che integra “Aqui, em Lisboa” c’era Marie Loser con “L’Oiseau de la Nuit” (O Pássaro da Noite) fuori concorso nella sezione Forum Expanded. Sempre nella stessa sezione, ma per i lungometraggi, erano presenti i registi: Hugo Vieira da Silva con “Sobre Posto Avançado do Progresso”, Maya Kosa e Sérgio Costa con “Rio Corgo” e Salomé Lams con “Eldorado XXI”. 

Il film portoghese in competizione di cui si è parlato di più e che diversa critica internazionale dava tra i favoriti, resta tuttavia “Cartas da Guerra” di Ivo M. Ferreira. Sebbene alla fine non figuri tra i vincitori, il lungometraggio offre tali e tanti spunti di riflessione sia per i contenuti sia per la realizzazione, da non potersi liquidare in poche righe. Merita un post tutto suo, in arrivo prossimamente sul nostro Blog.

domenica 14 febbraio 2016

Caetano & Gil: il 6 maggio 2016 concerto straordinario all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Unica data italiana per lo show “Dois amigos – Um Século de Música” per i 50 anni di sodalizio





«Per quanto possa sembrare strano, viene a volte da augurarsi l’approvazione di una legge che obblighi i cantanti a esibirsi periodicamente dal vivo in versione esclusivamente acustica. Non solo perché la norma fungerebbe da severa selezione all’ingresso (nella categoria, e ce n’è bisogno), ma soprattutto perché aumenterebbe la possibilità di vivere due ore di pura magia come quelle regalate da Caetano Veloso e Gilberto Gil nel loro concerto di sabato sera alla Villa Arconati di Bollate (Milano)».

Così scriveva Tommaso Pellizzari sul Corriere della Sera il 12 luglio 2015, all’indomani della tappa milanese del tour europeo dei due compositori bahiani per i 50 anni del loro sodalizio. Pare che il suo auspicio si sia avverato piuttosto velocemente, visto che venerdì 6 maggio 2016 all'Auditorium Parco della Musica di Roma -nella Sala Santa Cecilia alle 21- Caetano e Gil torneranno per un concerto straordinario, unica data italiana.

Come resistere, da appassionati dei “dois titãs”, all’impulso di condividere l’emozione sul Blog che del resto non è nuovo a occuparsi delle loro esibizioni? Superfluo ripetere oggi parole già dette e ben note a chi ci segue: siamo convinti che ben poco ci sia da svelare della gigantesca storia musicale, personale, sociale e politica che contraddistingue sia Gilberto sia Caetano. Si sa, ormai è leggenda. Ci limitiamo quindi a stimolare chi ne abbia la possibilità, oltre al desiderio, affinché non perda questo nuovo evento casomai si fosse lasciato sfuggire il più ricco tour italiano del 2015. Dalle stringate informazioni emerse finora, deduciamo che a Roma si potrà assistere al concerto preparato per celebrare i 50 anni di sodalizio intitolato “Caetano&Gil – Two friends, a century of music” con cui finalmente sono tornati ad esibirsi in coppia dopo 21 anni.

Lo show di Roma, organizzato da Amadeus Entertainment e BM, sarà l’occasione di rivivere i successi musicali di entrambe le carriere, il cui repertorio accuratamente scelto sarà accompagnato esclusivamente dal suono delle loro voci e delle due chitarre. Possiamo scommettere che dal mix creato ne uscirà quello che in Brasile si chiama uno «showzaço» espressione efficacissima per rendere l’idea di uno spettacolo superlativo. Chiunque li abbia ascoltati dal vivo sa bene che la presenza degli appassionati italiani, sommata a quella dei lusofoni residenti in Italia coi brasiliani in testa, riesce ad amplificare il clima del concerto aggiungendo vitalità -se mai fosse necessario- all’energia trasmessa dai quasi (incredibilmente) 74enni sul palco.

Fedeli all’impegno di non ripercorrere qui le tappe con cui gli artisti si sono imposti a livello brasiliano e mondiale, fin dal celebre movimento Tropicália co-fondato tra gli altri con Gal Costa e Tom Zé alla fine degli anni ’60 ma osteggiato dalla dittatura, peschiamo invece dal sito dell’Auditorium Parco della Musica di Roma uno spunto che ci appare curioso. Due virgolettati inseriti nel comunicato dell'Auditorium rispondono alla domanda: come Caetano vede Gil e viceversa. Ve li riproponiamo.

CAETANO: «Gil è un grande inventore che non deposita i brevetti. Esercita il suo grande talento con fin troppa modestia, e il suo disprezzo innocente verso la sua stessa grandezza sono due facce di una luna mezza nera e mezza nascosta, che è la sua stessa musica. Ciò che capisco di Gil oggi: per lui, essere un musicista è sempre stato qualcosa di ordinario, un’indole innata che non gli ha mai richiesto troppo lavoro. Vuole discutere di ciò che circonda la musica; insieme ai suoi colleghi vuole studiare una strategia politica di interferenza all’interno del mercato, col risultato di “deprovincializzare” e modernizzare il Brasile. Inoltre, Gil una volta ha dichiarato che, invece di affinare la sua percezione armonica, avrebbe preferito suonare le percussioni».

GIL: «Con Caetano è sempre un alternarsi di momenti emozionanti (come con il maestro João Gilberto) e momenti più da ‘guerriero’ (come nel rock ‘n’ roll). Sempre teso al raggiungimento collettivo dello stato Zen e della completa felicità del pianeta. Con Caetano è sempre stato un affrontare la vita così com’è, indipendentemente dal fatto che ci si trovi in un viaggio aereo o in un rituale Candomblé, che sia essa espressione di civiltà o della mentalità selvaggia. Con Caetano è sempre stato amore e amicizia».  

Per chiudere, un suggerimento: visto che i loro concerti registrano sempre il sold-out, chi volesse assicurarsi la serata unica e straordinaria del 6 maggio si affretti. Ascoltarli dal vivo riserva emozioni speciali non paragonabili a quelle, comunque impagabili, che regalano gli album. A questo proposito, chissà se quanto invocato sempre da Tommaso Pellizzari sul Corriere si avvererà con la stessa rapidità del loro ritorno in Italia. Ecco come chiudeva il suo resoconto sulla serata di Villa Arconati, nel pezzo intitolato “Caetano Veloso e Gilberto Gil due ore di magia acustica in concerto”: «Il concerto è finito e oltre a un sacco di felicità lascia solo una domanda: non si potrebbe avere anche una legge che obblighi Gil&Veloso a fare un album da questo concerto?».
Facciamo nostro questo desiderio.


Il video di Caetano Veloso e Gilberto Gil Expo in città 
al Festival Villa Arconati di Bollate (Milano): 


lunedì 1 febbraio 2016

Letteratura portoghese: lo scrittore azzorriano João De Melo vince il Premio Vergílio Ferreira 2016

La vincita coincide col centenario della nascita dell’autore alla cui memoria è dedicato il premio


Lo scrittore azzorriano João De Melo ha vinto il Premio Vergílio Ferreira 2016, giunto alla sua 20/ma edizione. Scorrendo tra le righe della motivazione addotta dalla giuria troviamo queste considerazioni: «A sua obra ficcional reveladora de um imaginário trans figurador poderoso, faz da sua obra uma das mais relevantes da sua geração». Parafrasando il titolo del suo romanzo Gente Feliz com Lágrimas con cui si aggiudicò nel 1989 il premio dell’Associação Portuguesa de Escritores (APE), De Melo ha dichiarato a caldo all’Agenzia Lusa di sentirsi «feliz sen lágrimas». 

Del resto, a unanime giudizio, questo nuovo importante riconoscimento è solo un’ulteriore conferma dell’importanza ormai assunta dalle sue numerose opere. De Melo ha infatti al suo attivo una ventina di libri pubblicati tra romanzi, poesie e cronache di viaggi, tradotti in diversi angoli del mondo. Il suo palmares vanta ben sei precedenti premiazioni in altrettanti concorsi letterari, tra cui quelli dedicati a Fernando Namora e a Eça de Queirós.


Il premio Vergílio Ferreia affianca lo scrittore -nato nel 1949 a Achadinha, nell’isola di São Miguel- ad altri importanti autori insigniti dello stesso riconoscimento nelle precedenti edizioni, del calibro di -per citarne solo alcuni: Agustina Bessa-Luís (2004), Mia Couto (1999), Fernando Guimarães (2006) e Mário de Carvalho (2009). Succede a Lídia Jorge che quest’anno ha fatto parte della giuria. «Se este júri decidiu inscrever-me nesse caminho - ha commentato sempre all’Agenzia Lusa il neo premiato - pois, então, muito bem, fecho-me no meu pequeno universo para olhá-lo um bocadinho para dentro, ver o que é que eu fiz dele e o que ele fez de mim e, em última análise, afirmar que vou, evidentemente, continuar a escrever, a publicar e a estar por aí».

Il giornale Açoriano Oriental dà molta enfasi alla notizia riportando altre dichiarazioni dell’illustre conterraneo, relative all’influenza esercitata sulla sua opera dall’essere nato in quel particolare luogo. Per De Melo essere isolano-azzorriano costituisce la «condição essencial» che l’ha reso scrittore, tanto da precisare: «foi sempre o facto de ser um homem das ilhas, um açoriano, nascido naquele lugar, naquela ilha, naquele espaço». Lo stesso quotidiano locale delle Azzorre anticipa l’imminente uscita di un nuovo libro di poesia dell’autore, intitolato Os Navios da Noite e pubblicato dalla casa editrice Dom Quixote di Lisbona.

Qualche nota biografica per chi non conosca questo scrittore, purtroppo trascurato dalle case editrici italiane visto che ci risulta siano stati tradotti solo Gente felice con lacrime, Autopsia di un mare in rovina e Antologia del racconto portoghese, tutti da Cavallo di Ferro. Ultimati gli studi presso il Seminario dei Domenicani svolti dal 1960 al ’67, De Melo si trasferisce a Lisbona e inizia a lavorare come giornalista. Il servizio militare lo porta però nel 1970 in Angola dove rimane 27 mesi in zona di guerra. Da quell’esperienza nascono diversi libri, tra cui il romanzo Autópsia de Um Mar de Ruínas che spicca tuttora nel panorama della pur vasta letteratura portoghese sulla guerra nell’ex colonia. Dopo la rivoluzione dell’aprile 1974 studia preso la Facoltà di Lettere dell'Università di Lisbona e si laurea in Filologia Romanza, materia che successivamente insegnerà in istituti superiori, collaborando nel contempo con autorevoli riviste.


Una curiosità: Gente Feliz com Lágrimas è stata adattata dalla televisione nazionale portoghese (RTP) in cinque episodi per la regia di José Medeiros e messa in scena a teatro dal gruppo o Bando per la regia di João Brites. Tornando al Premio Vergílio Ferreira, ricordiamo che è stato istituito dall’Università di Évora nel 1997 sia per omaggiare la figura del grande scrittore, vincitore del Premio Camões nel 1992 da cui prende il nome, sia per valorizzare autori di romanzi o saggi in lingua portoghese. La cerimonia di premiazione avverrà il primo marzo prossimo e assumerà particolare rilievo. Si inserisce, infatti, nell’ambito delle numerose manifestazioni in programma durante l’intero anno che coincide col centenario della nascita di Vergílio Ferreira (Gouveia- Melo, 18 gennaio 1916- Lisbona, 1 marzo 1996).